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sabato 6 settembre 2008

La crisi alimentare e il caro vita


Ormai non si arriva più a fine mese. Non si vive più. Anche nel ricco occidente la maggioranza della popolazione appare sempre più stremata nel tentativo di riuscire a sostenere una vita appena dignitosa. Sempre più frustrati dall'assenza di spazi sociali e comunitari condivisi. Sempre più precari nel lavoro come nelle vite di tutti i giorni, affannate da un'idea di tempo che non lascia spazio per nessuna aspirazione o sogno condiviso. Sempre più arrabbiati e apparentemente inermi davanti al fallimento di un modello di democrazia e di politica lontani anni luce dalle vite reali, dai problemi giornalieri, dalle insicurezze che producono paure, dalla solitudine sociale, dall'ansia rabbiosa che divora la convivenza quotidiana.

Nessuno è in grado di dare risposte efficaci alla crisi di sistema che in maniera strutturale coinvolge la nostra società nel suo complesso attirandola verso il basso. Non ultima la crisi alimentare mondiale che si traduce in un aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, pagato dalle tasche di cittadini "normali" che così normali non si sentono più. Tutti anche in Italia si sono accorti degli aumenti spropositi dei beni di prima necessità. Aumenta tutto, dalla luce, al gas, al pane, alla pasta, all'acqua, agli affitti, ai biglietti. Un caro vita che appare come una spirale inarrestabile e fuori controllo. Come se nulla si potesse fare davanti alla crisi, politici e maggioranza dei media stendono pianti e accampano scuse sulla crisi vissuta da precari, famiglie, anziani, giovani e da quella classe "media" ormai risucchiata tra quelli che non riescono più a risparmiare.

La giustificazione che la "casta" dà della crisi suona più o meno così: "è colpa della crisi internazionale; ci attendono periodi difficili (ma quali erano quelli buoni?); c'è la crisi dell'economia statunitense; c'è la crescita di nuovi competitors sul mercato globale; il costo del lavoro è molto più basso in altri paesi; il terrorismo internazionale è un ostacolo enorme; la guerra in Irak e la minaccia iraniana; il governo non è abbastanza stabile; " ed altri bla bla bla di questo tipo. Invece le risposte che la “casta” offre per affrontare la crisi sono: "dobbiamo liberalizzare e privatizzare di più; dobbiamo essere più flessibili, diminuire le "rigidità" (saremmo noi...) del lavoro; sostenere le esportazioni; sostenere le imprese; maggiore sicurezza per le strade" e così via.

Ma la domanda che ci poniamo e che vorremmo porre è, ma chi sono i responsabili di questa situazione? Chi l'ha provocata? E soprattutto, c'è qualcuno che in questa lunga ed appena iniziata crisi economica si è arricchito? E chi e come è riuscito a farlo? Non sono dettagli di poco conto per comprendere le cause ed i responsabili che hanno prodotto questa famosa "crisi" che per molti si traduce nel fatto di entrare in un supermercato senza riuscire più a fare la spesa, così come a pagare l'affitto di casa o la rata del mutuo (per chi ha avuto la possibilità di farlo).

Del resto se un poveraccio ruba qualcosa da mangiare oppure occupa una casa perché non può pagare un affitto esagerato, viene denunciato o arrestato. Quando qualcuno precipita nella fame interi popoli, riduce alla miseria le vite di centinaia di milioni di cittadini, distrugge i nostri risparmi continuando a fare profitti a palate, perché non dovrebbe essere processato e incarcerato? Non è un crimine contro l'umanità affamare le persone, violare i diritti umani, provocare immani disastri ambientali, costringere a gigantesche migrazioni interi popoli precipitati nella miseria? Ed allora vogliamo giustizia. E vogliamo anche sapere la verità, non ci sembra di chiedere poi tanto.

L'attuale crisi internazionale, che si traduce in crisi alimentare, climatica e sociale, non è certo il risultato di un disastro naturale improvviso o di un incantesimo strano, ma il prodotto di decine di anni di liberalizzazioni commerciali, d'integrazione verticale della produzione, della lavorazione e della distribuzione fatta dalle grandi multinazionali. Le scelte politiche promosse negli ultimi trenta anni dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale, dall'Organizzazione Mondiale del Commercio insieme a Stati Uniti e Unione Europea sono alla base della crisi di sistema. Ma non sono stati questi soggetti a gestire la "governance" mondiale in questi decenni, imponendo un modello economico e culturale basato sul liberismo, la competizione ed il mercato come unico luogo della democrazia? Ed allora anche la crisi alimentare e dei prezzi dei beni di prima necessità è frutto di queste scelte. Politiche che hanno significato una liberalizzazione su scala globale, apertura senza limiti dei mercati, privatizzazione delle terre destinate all'agricoltura locale e loro trasformazione in monocoltivazioni da esportazione, hanno condotto all'attuale crisi alimentare ed al caro vita.

Ma non avevano annunciato da trenta anni a questa parte ad ogni loro riunione che avrebbero eliminato il "problema" della fame nel mondo? Prima l'asticella era fissata agli anni '80, poi '90, poi gli obiettivi del millennio e poi il 2005 ed ora il 2015. Si sono create istituzioni come la FAO, banche, organizzazioni del commercio, club esclusivi come il G8, con l'obiettivo di rispondere ai problemi globali ed ora scopriamo che non solo i problemi ci sono e sono aumentati enormemente, ma che proprio le istituzioni preposte alla loro risoluzione sono responsabili dei nostri problemi. Ed ogni anno raccontano una scusa tutta nuova. Ad ogni scintillante e sempre più assediato meeting spostano l'asticella dei diritti ad un momento più lontano. Gli ultimi incontri della FAO e del G8 ne sono la riprova. Lo scorso giugno l'istituzione che dovrebbe risolvere il problema della fame del mondo ha mandato in scena nella sua conferenza internazionale a Roma l'ennesimo fallimento, l'ennesima ipocrisia raccontata agli oltre 850 milioni di persone affamate ed ha confermato il proprio impegno per mantenere una politica economica commerciale di dipendenza del sud dal nord e di appoggio alle multinazionali agroalimentari. Maggiore apertura dei mercati, maggiore flessibilità, aumento della produzione. Ancora una volta le stesse ricette responsabili della malattia. Ma come può essere che nessun politico voglia ricordare a Ban Ki- moon, segretario generale delle Nazioni Unite, che non ha senso aumentare la produzione per combattere la fame, visto che il problema non è l'assenza di cibo, anzi. Di cibo ce n'è anche troppo. Oggi si produce tre volte più cibo che negli anni sessanta. Mentre la popolazione è appena duplicata, il numero di quelli che muore di fame è raddoppiato. Ma come è possibile? Fesserie analoghe le afferma il numero due della FAO, Josè Maria Sumpsi, quando dice che si tratta di un problema creato dall'aumento dei consumi dei paesi emergenti come India, Cina o Brasile. Davanti a tanta ipocrisia condita da colossali menzogne utilizzate per dare risposte ad un problema così serio, c'è da chiedersi se non siano proprio la FAO, la BM, il WTO, il FMI o la burocrazia delle Nazioni Unite il vero ostacolo alla risoluzione dei nostri problemi.

Ma a chi fa gioco la democrazia degli sherpa? Chi si è arricchito? Oggi il monopolio di certe multinazionali ad ogni livello della catena produttiva alimentare, fino al commercio e distribuzione, ha prodotto utili da capogiro. Nonostante la crisi che colpisce noi poveri mortali, la Monsanto, la Nestlè, la DuPont, la Unilever, Wal Mart, Carrefour, denunciano guadagni di centinaia di miliardi di dollari. Gli utili di una sola di queste grandi imprese basterebbero a risolvere in un anno il problema della fame nel mondo. Ma non si può fare, perché questo sistema economico si fonda sulla necessità che molti rimangano esclusi, che molti lavorino come schiavi, che molti rinuncino ai loro diritti. Un'economia di tipo feudale per chi sta sotto, soft e tecnologica per chi sta sopra. I governi spinti dalle regole di questa economia feudale hanno smantellato le politiche agrarie che appoggiavano la produzione alimentare ed adesso appoggiano le grandi imprese. Lo sviluppo dell'agricoltura industriale ha distrutto l'ambiente e ipersfruttato i suoli, contribuendo all'aumento del riscaldamento globale (altra gigantesca minaccia che rischia di abbattersi principalmente sulla testa di quelli che stanno sotto). L'agricoltura industriale causa infatti tra il 17.4 ed il 32% dei gas ad effetto serra. E mentre le famiglie di agricoltori vengono cacciate dalle loro terre e finiscono nella povertà, la FAO con una faccia di bronzo senza pari annuncia in un documento che i poveri aumenteranno di altre 100 milioni di unità nei prossimi anni. Quasi un miliardo di esseri umani nel 2015 morirà di fame. Ma non doveva sparire la fame dalla faccia del pianeta? Una vergogna inaccettabile resa ancora più amara dal fatto che trattasi di una precisa condanna a morte eseguita preventivamente dagli organismi internazionali preposti alla nostra sicurezza e pagati (troppo) per risolvere i nostri problemi. Questa democrazia non solo è malata, ma è morta se ha bisogno di esistere sull'esclusione sistematica di miliardi di essere umani dai suoi vantaggi e dalla sua comunità privilegiata.

Ma c'è di peggio. La rivista inglese "The Guardian" ha denunciato all'opinione pubblica un documento tenuto segreto della BM che afferma come in realtà la responsabilità dell'aumento dei prezzi dei beni di prima necessità sia il frutto della politica statunitense ed europea di sostegno agli agrocarburanti. E già, perchè pare che ultima delle menzogne in ordine di tempo sia proprio la questione degli agrocombustibili per risolvere la crisi legata ai cambiamenti climatici. Proprio durante il vertice del G8 in Giappone per discutere appunto di crisi alimentare e cambiamenti climatici, sono state confermate le misure che garantiranno il modello di produzione agricola intensivo, monoculturale e su larga scala per le materie prima destinate agli agrocarburanti. Tutto ciò causerà enormi impatti sociali ed ambientali nei paesi del sud del mondo che ne saranno i principali fornitori. Ulteriore conseguenza l'aumento dei prezzi e dell'instabilità economico e sociale per tutti noi anche da questo lato del mondo. Con una catastrofe climatica alle porte ed il prezzo del petrolio triplicato negli ultimi anni, invece di pensare a sviluppare e rendere efficace ed efficiente un sistema energetico alternativo basato sulle rinnovabili, la "casta" ha deciso di investire negli agrocombustibili per sostituire il petrolio. Se per farlo bisognerà cacciare dalle loro terre milioni e milioni di contadini ed indigeni, provocare guerre, danneggiare l'ambiente, far aumentare i prezzi al consumo e rendere le nostre vite sempre più precarie, poco importa. Solo così potranno continuare a mantenere lo stile di vita occidentale, ormai ammirato dagli stessi occidentali solamente in televisione o nelle pubblicità dei giornali.

Si chiama "de-ruralizzazione " il processo che spopola dalla terre milioni di contadini, sgretolandone l’autosufficienza e la sicurezza alimentare. Un trauma che per noi si traduce in caro vita e precarietà sociale, mentre per i contadini ed i coltivatori in dramma. Solo in uno stato dell’India chiamato Maharashtra i contadini che si sono suicidati a causa di queste misure adottate sono stati 3926 nel 2005! In tutta l’India si parla addirittura di oltre 150.000 contadini che si sono tolti la vita negli ultimi anni a causa dello sfollamento delle terre che consente lo sfruttamento intensivo del suolo da parte delle multinazionali, per lo più europee e statunitensi. E’ una cifra da capogiro, alla quale si stenta a credere. Purtroppo però questa è la cruda realtà di un modello economico e di scelte di politica agricola e alimentare che producono genocidi, oltre che crisi economica. Ma la politica dov'è? Chi difende i nostri interessi? Chi denuncia queste torbide istituzioni che insieme alle grandi multinazionali ed a politici ossequiosi in doppio petto sono in realtà i veri “fannulloni” e “minacce” di questa società? Purtroppo la politica è assente oppure impegnata in ritualità e pratiche antiche quanto sterili, appartenenti al secolo passato e che costituiscono una zavorra enorme per affrontare le sfide di questo secolo. L’auto-organizzazione ed il protagonismo sociale sono in questo momento le uniche strade percorribili per resistere e per provare ad immaginare un’idea altra di relazioni umane, prima che economiche. Per esempio la rete internazionale degli agricoltori, come quella chiamata Via Campesina, non solo si oppone all’organizzazione mondiale del commercio senza delegare il proprio dissenso ai governi, ma riesce anche a promuovere una nuova strategia di alimentazione. Dare innanzitutto il diritto ad ogni paese di stabilire i termini della propria produzione e consumo di prodotti alimentari, consolidare la forza dei piccoli proprietari terrieri proteggendoli dai danni di un sistema di importazione a basso costo, opporsi agli organismi geneticamente modificati, abolire le sovvenzioni dirette e indirette all’esportazione, mettere fine al regime imposto dall’OMC che permette di brevettare le semenze. Queste le proposte spinte a suon di marce, scioperi, mobilitazioni, al punto da far “cambiare” la posizione di diversi governi del sud del mondo, non più succubi delle decisioni della cupola mafiosa che gestisce la “governance” globale.

Quanto accade nei sud del mondo dovrebbe aiutare a farci riflettere su come ci si possa ancora organizzare e provare a cambiare anche qui da noi, finto e sbiadito occidente ormai immerso in problemi di sopravvivenza economica e individualismo sociale. Per esempio si può immaginare come si possa costruire un percorso fatto di sperimentazioni anche sul fronte della produzione e consumo di alimenti di prima necessità. Alla stessa maniera potremmo lavorare per riuscire a creare saldature tra coloro che sono oggi precari e impoveriti da questo sistema e, pur essendo all’oscuro delle cause della crisi, non accettano il tunnel dei sacrifici e del “realismo” che la casta vorrebbe imporci. Legare queste necessità e queste lotte dandogli anima, per restituirle a quell’orizzonte sbiadito chiamato politica che possiamo riaccendere solo con la passione delle nostre idee e lo slancio delle nostre azioni.

martedì 26 agosto 2008

Sfuggire alla trappola della povertà


Cos’hanno in comune una vedova del Bangladesh con un figlio sordo, un minatore dodicenne del Kirghizistan, una coppia di contadini ugandesi con dodici bambini e una collaboratrice domestica sudafricana che perde la casa quando muore il marito e il lavoro quando si rompe una gamba? Sono intrappolati, bambini compresi, nella miseria cronica, anche quando i loro paesi mostrano segni di crescita economica...continua

Perù: vince il movimento indigeno amazzonico


Una grande vittoria per il movimento indigeno peruviano. Il congresso peruviano ha ratificato la decisione della commissione del congresso sull' amazzonia che ha stabilito l'abrogazione dei due decreti legislativi voluti dal governo Garcìa e da mesi al centro delle proteste delle comunità e dei movimenti.

Si tratta di un grande successo per le comunità native del Perù che hanno dimostrato attraverso la loro giusta lotta in difesa del proprio territorio e del diritto alla vita, di saper costruire partecipazione politica attraverso processi di resistenza democratici e pacifici. Non occorre dimenticare che, nonostante la vittoria sui due decreti incriminati, ne restano ancora molti in vigore che rappresentano una minaccia non solo al diritto di autodeterminazione dei popoli ma soprattutto alla sovranità nazionale del Perù.

I due decreti oggetto della misura abrogativa sono il 1015 ed il 1073, imposti senza dialogo ne accordo con i popoli indigeni, contrariamente a quanto sancisce la Convenzione 169 dell'OIT, sottoscritta dallo stato peruviano.

Questi decreti legislativi facilitavano la vendita delle terre e la consegna delle risorse naturali amazzoniche alle grandi multinazionali, in accordo al Trattato di lIbero Commercio con gli Stati Uniti, firmato dall'ex presidente Alejandro Toledo. Due anni e mezzo fa l'allora canditato alle presidenziali Garcia, aveva promesso di ritirare la firma peruviana da quasto accordo. Una volta eletto però questo signore è diventato il migliore alleato degli Stati Uniti insieme a Uribe in Colombia e alla Bachelet in Cile. Preoccupato per i mancati investimenti delle multinazionali come unico modo per risolvere il problema della povertà, il Sr. García ha tentato di utilizzare le terre degli indiani amazzonici usino asservendole al capitalismo.

In accordo alle leggi che di peruviano hanno solo il nome, chi possiede la terra in Perù sono solo i proprietari della materia fisica chiamata terra e non dell'aria, dei boschi, del sottosuolo dove c'è il gas, il petrolio, i minerali, ne delle acque dei suoi fiumi nella quale si trova l'oro. Con la loro saggezza millenaria i popoli indigeni ridono della stupidità peruviana occidentale. Per loro infatti la terra, il sottosuolo e l'aria fa parte di un'unità, come una è la vita degli esseri umani, animali e piante grazie alla madre terra, ai fiumi e ai mari. Separare gli esseri umani dai loro boschi e dai loro fiumi è un atto d'ignoranza punibile.

In Texas i proprietari delle terre dove si trova il petrolio divengono milonari. In Perù invece diventano poveri, come è succusso a tutti i proprietari dei terreni dove ci sono minerali, petrolio e gas.

Dal 1974, i popoli indigeni hanno cominciato a recuperare parte del territorio che gli era stato espropriato dagli spagnoli e dai loro eredi. Le superfici recuperate corrono il pericolo di passare in altre mani, per la felicità del capitalismo e dei suoi sostenitori. Condividere il bosco con i fratelli scimmie, tartarughe o uccelli, è concepibile solo se si ha la luce della spiritualità indigena, nella quale la teorica superiorità dell'uomo e della ragione sulla natura, sono inesistenti ed inimaginabili.

I popoli indigeni hanno chiesto al nuovo governo il dialogo, con forza e fermezza, ma senza violenza.
Quando il presidente Garcia ha redatto i decreti legislativi non ha dato modo alle popolazioni interessate di capire ciò che stava succedendo. I dirigenti indigeni hanno sospeso il dialogo chiedendo una commissione che abbia capacità decisionale. Il governo ha risposto sospendendo le garanzie costituzionali, dando così libero sfogo alla violenza. Ciononostante, la determinazione delle comunità a continuare la loro lotta è riuscita ad ottenere dalla commissione il riconosciemnto della violazione palese che il governo stava commettendo. Una lezione in più che ci giunge dall'America latina. L'unico angolo del mondo da cui continuano ad arrivare concreti segnali di speranza per un altro mondo possibile.

L'integrazione Latinoamericana e il diritto agli alimenti


In tutto il mondo circa 800 milioni di persone soffrono di fame cronica e ogni giorno si registrano 40.000 decessi correlati alla fame. Ciò nonostante, da anni si investe sui biocarburanti, che com'è risaputo, utilizzano granaglie e altre colture destinate all'alimentazione per produrre carburati vegetali. Sull'argomento pare che i ricercatori, evidenziando l’aumento crescente della conversione di coltivazioni tradizionali in coltivazioni energetiche abbiano affermato che «Le scienze possono e devono contribuire nel fornire nuove soluzioni per risolvere la crisi energetica senza sottrarre il cibo ai poveri».

Da anni i ricchi paesi occidentali provano a destinare lo 0.7% del loro miliardario Prodotto interno lordo (PIL) in aiuti allo sviluppo. Nonostante la buona volontà proprio non riescono neanche ad avvicinare tale obbiettivo. Adesso il Sud del mondo, che finalmente nazionalizza le proprie ricchezze e le usa per lo sviluppo, con l’ALBA, che accoglie come nuovo membro l’Honduras, può aiutarsi da solo. Ecco come il petrolio venezuelano si trasforma in pane.

I peggiori del mondo, perfino peggio degli Stati Uniti, sono gli italiani: nonostante spergiurino da vent’anni di volere arrivare allo 0,7% (cifra raggiunta solo dagli scandinavi e gli olandesi) destinano in realtà appena lo 0,11% del PIL, il 90% del quale finisce comunque a imprese italiane impegnate all’estero.

Rispetto alla crisi alimentare attuale, alla crescita esponenziale di prezzi di alimenti di base, per la quale l’Occidente ha importanti responsabilità, dal Sud del mondo arriva una risposta concreta. Petrocaribe, un’organizzazione alla quale partecipano 18 paesi, voluta dal governo bolivariano venezuelano e incentrata sulla petrolifera nazionalizzata PDVSA, ha lanciato un’iniziativa per la sicurezza alimentare dei paesi membri. Il governo presieduto da Hugo Chávez da oggi destinerà 50 centesimi di dollaro per ogni barile di petrolio venduto (a un prezzo superiore ai cento dollari).

Vuol dire che solo da qui a fine 2008 e solo attraverso tale voce, il governo venezuelano destinerà 450 milioni di dollari alla sicurezza alimentare della regione.

Intanto nell’ALBA, l’Altenativa Bolivariana per le Americhe, della quale fanno parte Venezuela, Cuba, Nicaragua e Bolivia entra a far parte come membro pieno l’Honduras. Per il presidente Manuel Zelaya, un moderato di centro-sinistra, entrare nell’ALBA oggi vuol dire cercare alternative solidali al neoliberismo visto che le soluzioni tradizionali hanno fallito, ed è “è la miglior maniera di trovare soluzioni ai problemi storici del paese, in cerca di un modello di sviluppo che favorisca i poveri”.

martedì 19 agosto 2008

Le donne fanno di più, col minimo di aiuti


Il dibattito internazionale sull’efficacia degli aiuti - modellati sui bisogni dei paesi in via di sviluppo piuttosto che sulle priorità dei donatori - riprenderà quando i ministri di oltre cento paesi e i membri delle agenzie per lo sviluppo, delle organizzazioni dei donatori e della società civile si riuniranno per il terzo Forum di alto livello sull’efficacia degli aiuti ad Accra, dal 2 a 4 settembre...continua

giovedì 31 luglio 2008

Foro Sociale delle Americhe


In attesa del Foro Sociale delle Americhe, che si svolgerà in Guatemala dal 7 al 12 ottobre, diffondiamo l'appello alla partecipazione dei movimenti latino americani .


L'epoca che stiamo vivendo non potrebbe essere più complessa e sfortunata. Insistere sulle cause ed i loro effetti è concentrarsi sempre sulle stesse cose. Alcune volte per questa disperazione che ci invade, non si parla delle alternative emergenti difronte alle grandi sfide che l'umanità deve affrontare, grazie alla politica economica che ha incatenato al sottosuolo i denominati paesi in via di sviluppo. Risulta, quindi, molto stimolante sapere che ancora c'è molta energia, ottimismo e speranza in ampi settori sociali che non smettono la ricerca delle loro utopie. Probabilmente per qualcuno questi temi non sono una novità. Per altri saranno una perdita di tempo o un'idiozia. Comunque vale la pena di riflettere sul grande vantaggio che può rappresentare l'articolazione dei movimenti sociali nel continente, per poter coordinare le strategie di lotta in opposizione al modello neoliberale che ha portato alla rovina anche i suoi sostenitori. La scorsa settimana si è reso officiale che il Guatemala sarà la sede del III Forum Sociale delle Americhe, che fa parte del Forum Sociale Mondiale, iniziato nel 2001, come espressione della partecipazione cittadina a livello planetario. Questo evento che riguarda tutto il continente, è un ampio spazio di costruzione di strategie che da seguito a due esperienze anteriori celebrate in Ecuador ed in Venezuela, ed è pensata per promuovere il dibattito e lo scambio di esperienze delle lotte che i popoli hanno promosso per affrontare i processi di globalizzazione che "caratterizzano il modello neoliberale". Guatemala unisce una problematica storico-strutturale legata all'oppressione, sfruttamento, razzismo, discriminazione ed impunità, avendo però un percorso di lotta senza interruzioni durante secoli, contro ad enormi conflitti sociali che ci caratterizzano come uno dei paesi con maggiore disuguaglianza nel mondo. Sarà un incontro di gente che sa quello che è, che è convinta della legittimità dei propri reclami. Sono quelli che vengono trascurati, poco ascoltati, che non cercano vendetta ne chiedono ricchezza o indennizzi per i danni causati alle loro comunità. Si riuniranno per accumulare le forze per poter resistere alla povertà, per conquistare l'uguaglianza tra i sessi ed il rispetto della diversità. Si riuniranno per cercare le soluzioni ai molti mali che colpiscono la maggioranza e il nostro pianeta. E' un incontro per condividere i sogni. Il movimento indigeno continentale, uno dei più organizzati e che si caratterizza per la propria resistenza, avrà una partecipazione rilevante nell'evento, che includerà tematiche strategiche come l'acqua, l'equità tra i sessi, l'ambiente e l'energia, le migrazioni, i diritti umani ed il diritto d'informazione. L'Università guatemalteca di San Carlos sarà la sede dove albergherà questo torrente d'inquietudini, dove si realizzeranno conferenze, tavole rotonde, conversazioni ed attività culturali. E' un'opportunità per gli studenti, le organizzazioni sociali ed i mezzi di comunicazione, generalmente così indifferenti e scettici a questi eventi, di deporre la loro sfiducia e di guardare con mente positiva che un altro mondo è possibile.

venerdì 25 luglio 2008

Adozioni o rapimenti?


Il test del Dna, per la prima volta, ha provato che un bambino adottato attraverso i canali ufficiali era stato rapito e sottratto alla sua madre naturale. Ana Escobar ha raccontato la sua storia: un anno fa, sua figlia fu rapita. Durante le sue ricerche vide la bambina insieme a una donna statunitense che l'aveva adottata. La bambina aveva un falso certificato di nascita, ma il test del Dna ha provato il legame di sangue tra Ana e Esther, la bambina, che adesso è ritornata con la sua madre naturale. Il governo, a causa dei numerosi rapimenti, due mesi fa ha sospeso tutte le pratiche di adozione. Il Guatemala è secondo solo alla Cina per numero di bambini adottati da genitori statunitensi e il mercato delle "adozioni nere" ha un fatturato di decine di milioni di dollari. Solo l'anno scorso più di 4.700 bambini sono stati adottati da americani e decine di madri hanno denunciato il rapimento dei propri bambini.

martedì 22 luglio 2008

La soluzione è la pillola del giorno dopo?


Introdotta lo scorso anno sul mercato indiano come farmaco da vendersi su ricetta medica, la pillola del giorno dopo è ancora per lo più sconosciuta nel paese, dove solo una donna su 100 ne conosce il funzionamento, segnala Narendra Malhotra, presidente della Federazione delle Società indiane di ostetricia e ginecologia (FOGSI) ...continua

San Rubinetto

Una volta l’acqua in bottiglia poteva essere venduta solo in farmacia, poi la legge fu cambiata e complice l’informazione corrotta, la moda portò a trasformare gli italiani nei maggiori consumatori di acqua in bottiglia AL MONDO! Per esempio lo sapevate che nel 2005 è stata ritirata l’acqua dell’Umana (per infanti) dalle farmacie per inquinamento da cloroformio?!E lo sapevi che l’acqua della bottiglia viene prelevata esattamente da dove arriva l’acqua del rubinetto? Cioè dalle falde acquifere, non sgorga dalla montagna!Ma non è finita, l’acqua dal rubinetto è corrente e prelevata in giornata, l’acqua in bottiglia sta in giro mesi, magari esposta al sole, in bottigliette di plastica.Sapete quanto spendeva l’acqua Vera nel 2001 di concessioni per poter prelevare l’acqua dalla falda? 3.000 euro in totale, quando il suo fatturato non è in migliaia di euro, ma in miliardi!!Mentre l’acqua del rubinetto è controllata dall’Asl una volta al mese, queste multinazionali dell’acqua, se la AUTO-certificano una volta ogni 3-4 anni. E molto molto altro ancora....

La produzione di armi in Italia


Luigi Barbato
Fonte: Archivio Disarmo - 08 gennaio 2008
dalla Prefazione di Maurizio Simoncelli

L'industria militare italiana è andata profondamente trasformandosi nel corso degli ultimi anni sia in relazione alle mutate condizioni di mercato, sia ai nuovi assetti internazionali, che richiedono una maggiore capacità di operare su scala globale. Per questo sia negli Stati Uniti, sia in Europa si sono andati costruendo pochi grandi gruppi industriali che operano sinergicamente per massimizzare i profitti, per razionalizzare le strutture produttive e per ridurre i costi. L'Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo, sin dalla sua fondazione, segue con attenzione la produzione militare, conscio della particolare delicatezza della materia anche in relazione alle esportazioni che a volte si sono rivolte verso paesi oggetto di preoccupazione da parte di istituzioni e di organismi internazionali in merito al rispetto dei diritti umani e a situazioni di conflittualità più o meno latente. Il rapporto "La produzione di armi in Italia" di Luigi Barbato intende fotografare questo settore al termine del 2007, cercando di offrire un quadro il più possibile esaustivo sulle diverse società del comparto (assetti produttivi, occupazionali, tecnologici, ecc.). In questa complessa panoramica è opportuno sottolineare come in diversi casi sia rilevabile una produzione duale, cioè con applicazioni possibili sia campo militare, sia in quello civile, che stanno a dimostrare le potenzialità (non sempre sfruttate al massimo) di questo comparto anche nel settore civile (beni culturali, sicurezza stradale, protezione ambientale, energie alternative ecc.).

Note:
I Papers dell'istituto di ricerche Archivio Disarmo sono pubblicato sul sito http://www.archiviodisarmo.it/

mercoledì 2 luglio 2008

Il MERCOSUR affronta la crisi alimentare


Come affrontare la crisi alimentare dovuta all’impennata dei prezzi di generi di prima necessità su scala mondiale, rilanciando il processo di integrazione regionale e adottando una posizione comune sulle ultime misure europee relative all’immigrazione: sono i principali argomenti nell’agenda del 35° vertice del Mercato comune del paesi del Cono Sud (Mercosur) che si è aperta ieri nella località settentrionale argentina di San Miguel de Tucumán...continua

lunedì 30 giugno 2008

La protesta di San Juan Sacatepéquez


Dodici comunità rurali vicino a Città del Guatemala si oppongono alla costruzione di un cementificio che, con la promessa dello «sviluppo», minaccia di distruggere i villaggi. Il governo risponde con lo stato d'emergenza e con decine di arresti.


Nuovi scontri nella comunità di San Juan Sacatepéquez, vicino alla capitale del Guatemala, dove la popolazione vive da mesi una situazione di controllo e repressione da parte delle forze dell’ordine. Da oltre un anno la notizia della decisione di stabilire qui una industria di cemento ha causato una escalation di violenza contro le dodici comunità interessate dal progetto, che si oppongono alla sua realizzazione. La produzione di cemento è un’attività altamente inquinante, che produce considerevoli quantità di residui di lavorazione e mette a rischio le falde acquifere e i terreni circostanti. Il progetto per la costruzione della fabbrica è stato presentato dalla Cementos Progreso, di proprietà della famiglia Novella, tra le più influenti della zona. Le comunità di San Juan Sacatepèquez hanno manifestato la loro opposizione al progetto già in occasione della consultazione comunitaria realizzata nel maggio del 2007 e conclusasi con lo schiacciante risultato di 8,936 voti contrari e 4 a favore. Il diritto alla consultazione preventiva delle comunità, e soprattutto al rispetto dei risultati dei referendum, è sancita dalla Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro e anche nell’attuale Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei Popoli indigeni, recepita e ratificata dal governo del Guatemala. Nonostante l’esito del plebiscito, le negoziazioni per l’avvio del progetto e gli studi preparatori non si sono interrotti. Contro il mancato rispetto della decisione popolare, le comunità hanno continuato ad organizzare l’opposizione a quella che vivono ormai come una vera e propria prevaricazione. Il 21 giugno scorso, senza preavviso e senza alcun dialogo con gli abitanti, i macchinari della Cementos Progreso hanno fatto il loro ingresso in dieci delle comunità interessate, provocando la reazione dei cittadini e causando un clima di aspra tensione. Secondo il governo: «Non si può permettere che la maggioranza del popolo di San Juan Sacatepéquez rinunci ad una occasione di sviluppo a causa della manipolazione di una piccola minoranza». In realtà, come dimostrato dal voto popolare del maggio scorso, delle 12 comunità che vivono attorno al rione San Josè Ocaña, non una è d’accordo con la costruzione dell’impianto. L’unica grande pressione in tal senso è esercitata dai potenti interessi economici della famiglia che è dietro al progetto. Per risolvere in maniera coercitiva la questione, il governo ha dichiarato lo «stato di allerta preventivo», favorendo il ricorso a metodi repressivi e violenti da parte delle forze armate di fronte alle proteste legittime e pacifiche della popolazione. In vigore dal 22 di giugno scorso, questa misura ha portato sino ad ora alla detenzione di oltre 40 persone e all’uccisione di un membro delle comunità. Secondo i portavoce delle comunità «questo ricorso alla violenza è inaccettabile e configura una evidente violazione non solo dei diritti di cui siamo titolari come comunità indigene e rurali, ma anche dei più elementari diritti umani». «La difesa della terra e del territorio–aggiungono–è per noi abitanti di San Juan Sacatepequez, una lotta in difesa della stessa vita, della sicurezza dei nostri figli e della società in generale. Siamo consapevoli che se l’industria del cemento sarà costruita non ne andrà solo dell’ecosistema della zona, ma anche della salute dei suoi abitanti e del futuro delle nostre comunità». Per queste ragioni, le comunità hanno chiesto l’interruzione dello stato di allerta e il rispetto dei risultati della consultazione dell’anno scorso e hanno annunciato nuove mobilitazioni per i prossimi giorni, chiedendo alle organizzazioni in difesa dei diritti umani e alla comunità internazionale di intervenire per garantire il loro diritto all’autodeterminazione.


Le tangenti minacciano preziose risorse idriche


La crescente crisi idrica mondiale - con quasi 1.2 miliardi di persone prive di forniture d'acqua regolari e più di 2.6 miliardi senza adeguate misure sanitarie - è fondamentalmente una crisi di governance. Fra le cause determinanti, la corruzione, secondo un nuovo rapporto di Transparency International...continua

giovedì 26 giugno 2008

L'acqua torna al sindaco


Il sindaco di Parigi, Bertrand Delanoë, ha annunciato che la municipalità non ha intenzione di rinnovare i suoi contratti con Suez e Veolia, le due aziende private che gestiscono i servizi idrici della capitale. In altre parole, alla scadenza dei contratti oggi in vigore, il 31 dicembre 2009, l'acquedotto parigino tornerà a essere un servizio municipale...continua

mercoledì 25 giugno 2008

People are development


Il 25 giugno, a Roma, Conferenza Stampa per la presentazione del documentario ”People are development”, presso Città dell’Altra Economia, in L.go Dino Frisullo (ex Mattatoio), del programma Migration for Development in Africa – Mida Ghana/Senegal...continua

Il Cellulare? Un prodotto tossico....


fonte: liberazione.it

Alessandro Delfanti


È possibile immaginare uno sviluppo sostenibile per i paesi poveri senza impedire che diventino le discariche di quelli ricchi? No, secondo i delegati che a Bali in questi giorni parleranno del problema dei rifiuti tossici, dal mercurio agli pneumatici usati, ma in particolare di quelli derivanti da apparecchiature elettroniche come telefoni cellulari o computer.
I delegati di 170 paesi di tutto il mondo, oltre che di Ong e associazioni della società civile, sono riuniti in Indonesia per cinque giorni, fino al 27 giugno, alla nona Conferenza delle parti che si svolge sotto l’egida del Programma per l’ambiente delle Nazioni unite. In primo piano c’è il problema del traffico di rifiuti pericolosi dai paesi ricchi a quelli poveri e del suo impatto sulla salute delle persone che vivono nei territori che “importano” rifiuti pericolosi.
Un problema che in Italia conosciamo sin troppo bene, come insegnano le vicende della munnezza napoletana e dei legami tra camorra e imprenditori del Nord.
A Bali si parlerà di traffici internazionali.
Il ministro dell’ambiente indonesiano, Rahmat Witoelar, ha introdotto i lavori sottolineando come il suo paese sia uno dei più colpiti da questi traffici «a causa della sua natura di arcipelago, con la seconda linea costiera più lunga del mondo, l’Indonesia è vulnerabile a traffici illegali di rifiuti tossici che arrivano dall’estero » via mare. Il trattato internazionale che fa riferimento al problema dei rifiuti tossici è la Convenzione di Basilea, il principale trattato internazionale per la
regolamentazione dei movimenti di rifiuti pericolosi fra le nazioni. Redatto nel 1989 ed entrato in vigore nel 1992, è stato firmato da 170 paesi e ha l’obiettivo di minimizzare la loro produzione e il loro movimento al di là delle frontiere, trattare i rifiuti più vicino possibile al luogo di produzione e minimizzare la produzione di rifiuti alla fonte. Gli unici paesi a non aver ancora ratificato la
Convenzione di Basilea sono Afghanistan, Haiti e Stati uniti d’America.
E proprio dagli Usa, secondo Greenpeace, esce un flusso pericoloso di rifiuti che rappresentano fino all’80% della e-waste, la “spazzatura elettronica” prodotta negli States, anche grazie alla mancata ratifica del trattato. Questo flusso raggiunge soprattutto paesi come India o Cina, che
hanno ratificato la Convenzione ma continuano a permettere l’ingresso di rifiuti illegali. Rifiuti da cui migliaia di lavoratori locali poverissimi estraggono i metalli riutilizzabili – come argento o platino – senza alcuna protezione e mettendo a rischio le proprie vite. Lavorano piombo, cadmio,
mercurio e utilizzano sostanze pericolose come acidi a mani nude, con grave pericolo per se stessi e per l’ambiente: queste lavorazioni si svolgono in modo illegale e al di fuori di qualsiasi standard di trattamento dei rifiuti pericolosi.
È il caso dei telefoni cellulari: il meeting cercherà di adottare nuove linee guida per la gestione dei telefoni alla fine della loro vita. Il loro uso è esploso negli ultimi anni in tutto il mondo, e attualmente ne circolano tre miliardi. Prima o poi verranno gettati, creando innumerevoli problemi che attualmente la Convenzione non riesce a prevenire. In alcuni casi alcune parti pericolose di computer e altre apparecchiature elettroniche non rientrano nelle definizioni
della Convenzione di Basilea e trovano quindi modo di sfuggire ai controlli, soprattutto in paesi in cui gli stessi controlli sono lassi o in cui forti interessi economici spingono per far entrare più rifiuti possibili.
Anche per questo uno motivo degli obiettivi della conferenza è la produzione di una “Dichiarazione di Bali” che metta in evidenza – e inserisca nell’agenda internazionale – l’importanza non solo sanitaria ma anche economica (cioè per lo sviluppo dei paesi poveri) di una gestione migliore dei rifiuti tossici. Si vuole impedire la nascita di paesi “pattumiera”. Secondo
Katharina Kummer Peiry, segretaria esecutiva della Convenzione di Basilea, «è importante che questo meeting riaffermi l’interdipendenza innegabile tra una gestione dei rifiuti a basso impatto ambientale e il raggiungimento dello sviluppo sostenibile, soprattutto per chi ne ha più bisogno
», cioè i paesi poveri. Il 26 giugno un meeting speciale all’interno della conferenza discuterà «le forme concrete per gestire in modo appropriato i rifiuti proteggendo la salute umana e riducendo la povertà», in linea con i Millenium Development Goals, gli obiettivi di sviluppo del millennio, come garantire la sostenibilità ambientale e sradicare la povertà, che gli stati membri delle Nazioni unite si sono impegnati a raggiungere entro il 2015. E che per realizzarsi necessitano di giustizia anche sul fronte dei rifiuti.

martedì 24 giugno 2008

Cibo sano per tutti?


«Il cibo sia la tua medicina» ammonì Ippocrate, padre dei medici saggi. Ma il sistema agroalimentare mondiale è spesso «malato»...continua

sabato 21 giugno 2008

Sulle strade dell'acqua


Dramma in due atti e in quattro continenti


Ed. Il margine, 2008, pp. 80, € 9,00


Un racconto teatrale pieno di poesia e passione su un grande dramma del nostro presente e del nostro futuro. Un documento vibrante sulle 'guerre dell'acqua' in quattro continenti. Dall'Amazzonia di Chico Mendes all'Africa assetata; dall'India inquinata all'Europa opulenta e 'mineralizzata', 7 racconti in cui emerge il dramma di una guerra pestilenziale, quella per l'accaparramento delle risorse idriche che condanna 4/5 dell'umanità alla sete e alla lotta feriale o alla fatica per recuperare l'acqua per bere.


Dopo la 'prima', lo scorso sabato 7 giugno a Trento nella sala della Cooperazione Trentina nell'ambito dell'assemblea di Mandacarù e delle Botteghe del mondo, la rappresentazione andrà in scena:

- 26 giugno nella piazza di Vadena (BZ)

- 22 agosto alla Cittadella di Assisi

- 21 settembre a Erto, per ricordare la tragedia del Vajont nell'ambito delle carovane di Pace

- 2 e il 3 ottobre in Umbria per la rassegna "Socialmente"

CAROVITA, PARLA LA SOCIETÀ CIVILE


Associazioni della società civile africana hanno organizzato un vertice alternativo alla Conferenza ministeriale dedicata al problema del carovita in corso a Nairobi, per definire una posizione comune sulla crisi alimentare mondiale...continua

Aiuti 'specifici' per le donne


I diritti delle donne saranno sempre più discriminati, se l’uguaglianza di genere non verrà finanziata con budget mirati, sostengono i gruppi per i diritti delle donne e della società civile...continua