martedì 14 ottobre 2008

12 Ottobre: 516 anni di oppressione dei popoli Americani


12 Ottobre: 516 anni d'invasione, colonizzazione ed oppressione dei popoli del continente Americano Il 12 ottobre si compiono 516 anni d'invasione, colonizzazione, oppressione e dominazione dei popoli indigeni di Abya Yala, popoli ancestrali che oggi si trovano organizzati in comunità, popoli che hanno resistito ed affrontato le politiche di etnocidio, genocidio e saccheggio delle proprie ricchezze. Il 12 Ottobre del 1492, giorno in cui Cristoforo Colombo arrivò in una piccola isola del continente americano e vi prese possesso illegale in nome di Dio, dei Re di Castiglia e di una religione, non avvenne nessuna scoperta come si è affermato per nascondere il più grande genocidio della storia dell'umanità che generò la morte di 20 milioni di aborigeni, la scomparsa di civiltà centenarie, il saccheggio delle loro ricchezze e la distruzione delle loro culture. Questo fatto segnò il punto di partenza della resistenza indigena che nonostante sia stata soffocata a sangue e fuoco, è culminata tre secoli dopo in una ribellione che seppellì per sempre l'impero spagnolo. La maggior parte degli storici hanno denominato in maniera semplicistica questo giorno come quello della "Scoperta" e indicato come tappe delle "scoperte minori" tutte le spedizioni che a partire da questa data e fino al 1526, hanno realizzato i naviganti e gli avventurieri spagnoli che hanno invaso le isole dei mar dei Caraibi e della costa venezuelana. Non considerando che queste terre e altre più a nord e a sud erano già abitate da civiltà come quella azteca, inca, chibcha ed altre estinte come quella maya, avanzate tanto quanto quelle del vecchio continente. E adesso vogliono rimediare all'errore dicendo che fu "un incontro di due culture", come se fosse stato un pacifico atto protocollare estraneo ad ogni azione distruttiva e genocida. Nonostante la fine della dominazione spagnola, nell'attualità le comunità (in particolare le comunità indigene e contadine) continuano a pagare le conseguenze della politica neoliberale. Nella ricerca e nella concentrazione della ricchezza stanno distruggendo la natura attraverso lo sfruttamento irrazionale delle risorse naturali. Tutto ciò è la causa dello sfollamento delle comunità e del loro abbandono forzato dei territori. La madre Terra ha vita e ci chiede a gran voce di salvarla dalla sua eminente distruzione e con essa dalla nostra.Nella cornice della Resistenza e Mobilitazione Continentale dei popoli dell'Abya Yala, in difesa dei Territori e dei Beni Naturali, diciamo basta alla politica di Criminalizzazione e Si alla costruzione di un Perù Plurinazionale. I popoli indigeni hanno convocato per i giorni 11 e 12 ottobre l'"Assemblea Nazionale del Movimento Sociale Incontro dei Popoli", nella città di Lima. Negli stessi giorni si tiene in Italia, a Genova, una mobilitazione convocata dal Comitato per il Giorno della Memoria del Genocidio Indigeno (composto da decine di associazioni e di organizzazioni tra le quali A Sud), per chiedere che l'11 ottobre sia riconosciuto come la Giornata della Memoria del Genocidio Indigeno.

I 40 della Teologia della Liberazione


Intervista a Padre Gustavo Gutiérrez, di Angel Dario Carrero


- Quando ha iniziato ad assumere come punto di partenza della teologia, la realtà della violenza e della povertà in America Latina e nei Caraibi?

– Ho cominciato a lavorare nel marzo del '64. Ci fu una riunione convocata da Iván Illich. Lo ho conosciuto quando stava ancora a Porto Rico nel '60. E' stato Ivan a organizzò una riunione molto informale a Petrópolis per farci vedere il lavoro fatto dalla teologia in America Latina.


– E quale è stato il suo contributo?

– Ho parlato di teologia come una riflessione sulla fede e la vita cristiana. Quello che poi ho formulato più tardi come riflessione critica sulla prassi alla luce della fede.


– La prima cosa che sorge è la decisione di un metodo che prende le mosse dalla vita reale per illuminarla alla luce della Parola ed aprire cammini concreti di liberazione?

– E' proprio così. Io ho trascorso praticamente tutti i miei studi di teologia preoccupatissimo dalla questione del metodo. Da lì la frase: "il nostro metodo è la nostra spiritualità".


– Il tema della vicinanza ai poveri non è una novità, ma l'indagine sulle cause della povertà e la lotta contro la povertà come parte dell'identità cristiana si che lo sono. Quando è iniziata questa transizione?

– Mi hanno invitato a parlare sulla povertà a Montreal nel 1967. Volevano prendere le distanze da Voillaume, l'autore di "Nel cuore delle masse", perché evitava qualsiasi prospettiva sociale in torno alla povertà. Ma la verità è che non si può evitare la questione sociale. Raccontai di tre nozioni bibliche sulla povertà: per primo la povertà reale o materiale, vista sempre come un male. La seconda è la povertà spirituale, come sinonimo d'infanzia spirituale. Lo povertà spirituale è mettere la mia vita nelle mani di Dio. Lo sperpero dei beni è la conseguenza della povertà spirituale. E la terza dimensione è la solidarietà con i poveri, contro la povertà. Voillaume diceva che bisognava essere poveri. Si, molto bene, ma per quale motivo? Che senso ha? Non è solo per santificarsi. Bisognava pensare a cosa poteva significare per l'altro.


– Qualche altro elemento importante di questa prima fase?

– Una preoccupazione: come annunciare il Vangelo oggi? La teologia si fa per annunciare il Vangelo, al servizio della Chiesa, della comunità. Ci sono molte facoltà che pensano alla teologia come una metafisica religiosa, non come annuncio storico di liberazione.


– Quando comincia a chiamarsi Teologia della Liberazione questo nuovo modo di pensare la fede dalla prospettiva del povero e dell'escluso?

– Il 22 luglio del 1968 a Chimbote, in Perù. Mi chiesero di parlare di "teologia dello sviluppo" e mi negai. Gli dissi che avrei parlato di teologia della liberazione, che era più pertinente a questo contesto. Un'altra cosa che era di moda era la "teologia della rivoluzione", dalla quale presi le distanze. Il pericolo era quello di cristianizzare un fatto politico.


– A differenza di altri, lei non è mai stato d'accordo con partiti o gruppi come la Democrazia Cristiana o con i Cristiani per il Socialismo, anche se accentuava la dimensione politica della fede. Perché?

– Non mi è mai piaciuto che si usasse cristiano come aggettivo. Cristiano è un sostantivo. Ho sempre detto: "Sono cristiano per Cristo, non per il socialismo". Che come cristiano qualcuno scelga di essere socialista è un'altra cosa, ma non si può dedurre il socialismo dal cammino della Bibbia. Dalla Bibbia si può dedurre la giustizia, il sostegno ai poveri. La gente quando non lo capisce dice: "Senti, ma tu neghi la politica, sei contrario". Io rispondo che credo anche nell'autonomia del sociale e del politico.


– Quando è iniziata l'idea di formare il libro che si trasformerà nel testo fondante della teologia latino americana contemporanea: teologia della liberazione. Prospettive?

– In realtà non pensai a scrivere un libro vero e proprio. Uno lavora ai temi che gli interessano e poco a poco ne esce. All'inizio del 1969, poco dopo Medellin, una commissione ecumenica sulle tematiche dello sviluppo mi invitò a Ginevra. Quindi ripresi il documento che avevo scritto a Chimbote e lo ampliai.


– C'è stata qualche offerta concreta da parte di qualche casa editrice?

– No, ma in quel momento passò Miguel d'Escoto, di Maryknoll, che aveva appena fondato Orbis Books. Vedendo il libro mi disse: "Lo pubblico". E' stato il primo libro pubblicato da questa casa editrice. Lo ha fatto tradurre e lo ha pubblicato nel 1973. E' stato il libro più venduto di questa casa editrice. Poi è passata la casa editrice di Sígueme, della Spagna, ed è successo lo stesso. Un altro che si interessò fu Gibellini. L'edizione italiana è precedente a quella spagnola. E' già tradotta in dieci o dodici lingue, tra le quali c'è il vietnamita ed il giapponese.


– Quali sono le critiche principali che ha ricevuto il libro?

– Io direi che più che al libro, le critiche erano già nei confronti della Teologia della Liberazione. Già tanta gente scriveva. Si criticava la visione marxista dell'analisi della realtà, ma io non mi sono sentito chiamato in causa. Adesso l'opposizione più forte che abbiamo avuto non è stata dentro la Chiesa ma in qualche componente della società civile, nei poteri di fatto, economici, militari, politici.


– La discussione aperta è segno di una teologia che dice qualcosa all'uomo e alla donna di oggi, che genera dialogo critico non solo all'interno della chiesa ma anche nella società.

– Buona parte delle reazioni sono nate dall'accoglienza che ho avuto. Se fossi rimasto in un ambiente di intellettuali non avrei avuto questo impatto. Ho avuto un'accoglienza dalla base, anche con espressioni che non mi hanno mai convinto, ma che dimostrano la buona volontà, che dicono: "Io sono della Teologia della Liberazione". Ma la Teologia della Liberazione non era ne è un club al quale uno s'iscrive, ne un partito. C'era chi si decantava un membro e dopo dicevano quello che volevano e non sempre corrispondeva a quello che si pensava. Sono cose inevitabili.


– C'era anche la necessità di trovare dei difetti ad una teologia che proveniva dal sud.

– Un giornalista statunitense mi ha chiesto: "Che cosa pensa la Teologia? Se uno si lascia trasportare solo da quello che scrive la stampa sembra che lei sia stato condannato dalla Chiesa. E non è vero. E' curioso. Nel mio caso non c'è stata mai condanna, e neanche un processo. Quello che c'è stato è una richiesta di dialogo, domande a cui sono stato sempre disposto a rispondere.


– Le sembra valido questo tipo di dialogo?

– Ho sempre creduto che la teologia si fa all'interno della Chiesa. Nella Chiesa ci sono diversi carismi. A chi scrive di teologia gli si può chiedere che dia ragione della sua fede, così come diamo ragione della nostra speranza. A questo livello di domande non bisogna offendersi.


– Quanto è durato il dialogo?

– E' iniziato nel 1983 e si è concluso in vari modo, ma ufficialmente cinque anni fa. Durante molto tempo tutto è rimasto in silenzio. Non ci fu nulla con me.


– Che dice il testo ufficiale?

– L'espressione è che tutto si concluse in modo soddisfacente.


– Ci sono stati vari incontri faccia faccia con il cardinale Joseph Ratzinger?

– Si, alla maggior parte di loro non sono stato convocato ma io stessi presi l'iniziativa di andare. Ratzinger è un uomo intelligente, educato e dentro della sua mentalità è evoluto, ha capito molte cose. In un'occasione a Roma mi ha detto che aveva letto il mio libro su Job. Io stesso gli inviavo i miei libri. Ho sempre creduto che la distanza crei fantasmi. Mi disse che gli era piaciuto e che i teologi del sud avevano la poesia, che la teologia europea era più fredda.


– Il suo modo di procedere è stato sempre poco conflittuale, sempre molto dialogico e carente di dramma. Qualcuno crede che corrispondi alla sua personalità, ma credo che ci sia qualcosa di profondamente ecclesiastico.

– Esatto. Tutto perché il mondo che più ispira la mia vita non è quello intellettuale. Non è la difesa delle mie idee perché sono le mie idee. Mi interessa la vita della Chiesa, l'annuncio del Vangelo e la vita delle conferenze episcopali.


– La teologia è indifferente all'impronta del suo tempo. Stiamo chiaramente entrando in un altro periodo, nel quale non si sente la stessa urgenza e si aprono altre strade alla fede.

– Fino ai quaranta anni non parlai mai della Teologia della Liberazione e credo che fossi un cristiano vero. Così sarò cristiano anche dopo la Teologia della Liberazione.Quando mi dicono che la Teologia della Liberazione è già morta io dico: "Beh guarda, a me non hanno invitato al funerale e credo che ne avessi il diritto". Poi aggiungo: "Beh guarda, credo che sicuramente un giorno morirà". Intendo che morirà il fatto che non avrà più la stessa urgenza di prima. Questo mi sembra normale, è stato un contributo alla Chiesa in un certo momento.


– Credo che si guardi bene dal non trasformare la teologia in un mito, in una ideologia nella difensiva.

– Non bisogna fare della teologia una nuova religione. E' la tendenza della società civile. Qualcuno pensa che la Teologia della liberazione è una specie di cristianesimo diverso, il mio. E lo dicono anche come elogio, non per criticare. Non credono nel cristianesimo ma nella Teologia della Liberazione si. Mi dispiace, l'importante è il cristianesimo, non la Teologia della Liberazione. Questa si capisce solo alla luce del cristianesimo.

lunedì 8 settembre 2008

Guatemala: Stop a violenza, persecuzione, repressione ed impunità

Le Organizzazioni e le Reti Nazionali ed Internazionali ed i membri del Consiglio Emisferico del Foro Sociale delle Americhe, riunitesi in Guatemala, esprimono solidarietà ai compagni Juan Tiney del Coordinamento Nazionale Indigeno Contadino e Yuri Melini del CALAS, alle organizzazioni che appoggiano le lotte delle comunità e alle comunità in lotta. Esigiamo dalle istituzioni un'indagine sugli attentati dei quali sono stati vittime e sulla morte di altri compagni. Vogliamo la sicurezza che si puniscano coloro che si stanno servendo di questi mezzi violenti per evitare che continui il processo di opposizione alla consegna delle risorse naturali nelle mani delle compagnie nazionali e straniere che cercano solamente di arricchirsi con lo sfruttamento dei nostri tesori. Esigiamo la garanzia della sicurezza di tutti i compagni delle Organizzazioni Sociali e Professionali che stanno dimostrando il loro malumore nei confronti di questa politica. Esigiamo dal governo la revoca delle azioni che si stanno attuando a favore delle imprese nazionali e straniere che minacciano i territori e le risorse delle comunità indigene e del paese. Sollecitiamo l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite a verificare la situazione e a prendere dei provvedimenti.
STOP A VIOLENZA, PERSECUZIONE, REPRESSIONE ED IMPUNITÀ SECTOR DE MUJERES, FLACSO, CNP TIERRA, AMARC, FGER, CNOC, WAQIB' KEJ, CONGCOOP, CONCAD, COLECTIVO UNIVERSITARIO REDES Y ORGANIZACIONES INTERNACIONALES COMITE HEMISFERICO DEL FORO SOCIAL AMERICAS

sabato 6 settembre 2008

Lev Tolstoj: maestro di nonviolenza cristiana


I principi fondamentali del pacifismo di Lev Tolstoj: nonviolenza, non resistenza al male, non-collaborazione, antimilitarismo, lavoro manuale per il pane, riscoperta del lavoro agricolo. Nell'autobiografia Gandhi scrivera': "La sua lettura mi entusiasmo'. Ne ebbi un'impressione indimenticabile. A quel tempo io credevo nella violenza. Quel libro mi curo' dallo scetticismo e fece di me un fermo credente nell'ahimsa"...continua

La crisi alimentare e il caro vita


Ormai non si arriva più a fine mese. Non si vive più. Anche nel ricco occidente la maggioranza della popolazione appare sempre più stremata nel tentativo di riuscire a sostenere una vita appena dignitosa. Sempre più frustrati dall'assenza di spazi sociali e comunitari condivisi. Sempre più precari nel lavoro come nelle vite di tutti i giorni, affannate da un'idea di tempo che non lascia spazio per nessuna aspirazione o sogno condiviso. Sempre più arrabbiati e apparentemente inermi davanti al fallimento di un modello di democrazia e di politica lontani anni luce dalle vite reali, dai problemi giornalieri, dalle insicurezze che producono paure, dalla solitudine sociale, dall'ansia rabbiosa che divora la convivenza quotidiana.

Nessuno è in grado di dare risposte efficaci alla crisi di sistema che in maniera strutturale coinvolge la nostra società nel suo complesso attirandola verso il basso. Non ultima la crisi alimentare mondiale che si traduce in un aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, pagato dalle tasche di cittadini "normali" che così normali non si sentono più. Tutti anche in Italia si sono accorti degli aumenti spropositi dei beni di prima necessità. Aumenta tutto, dalla luce, al gas, al pane, alla pasta, all'acqua, agli affitti, ai biglietti. Un caro vita che appare come una spirale inarrestabile e fuori controllo. Come se nulla si potesse fare davanti alla crisi, politici e maggioranza dei media stendono pianti e accampano scuse sulla crisi vissuta da precari, famiglie, anziani, giovani e da quella classe "media" ormai risucchiata tra quelli che non riescono più a risparmiare.

La giustificazione che la "casta" dà della crisi suona più o meno così: "è colpa della crisi internazionale; ci attendono periodi difficili (ma quali erano quelli buoni?); c'è la crisi dell'economia statunitense; c'è la crescita di nuovi competitors sul mercato globale; il costo del lavoro è molto più basso in altri paesi; il terrorismo internazionale è un ostacolo enorme; la guerra in Irak e la minaccia iraniana; il governo non è abbastanza stabile; " ed altri bla bla bla di questo tipo. Invece le risposte che la “casta” offre per affrontare la crisi sono: "dobbiamo liberalizzare e privatizzare di più; dobbiamo essere più flessibili, diminuire le "rigidità" (saremmo noi...) del lavoro; sostenere le esportazioni; sostenere le imprese; maggiore sicurezza per le strade" e così via.

Ma la domanda che ci poniamo e che vorremmo porre è, ma chi sono i responsabili di questa situazione? Chi l'ha provocata? E soprattutto, c'è qualcuno che in questa lunga ed appena iniziata crisi economica si è arricchito? E chi e come è riuscito a farlo? Non sono dettagli di poco conto per comprendere le cause ed i responsabili che hanno prodotto questa famosa "crisi" che per molti si traduce nel fatto di entrare in un supermercato senza riuscire più a fare la spesa, così come a pagare l'affitto di casa o la rata del mutuo (per chi ha avuto la possibilità di farlo).

Del resto se un poveraccio ruba qualcosa da mangiare oppure occupa una casa perché non può pagare un affitto esagerato, viene denunciato o arrestato. Quando qualcuno precipita nella fame interi popoli, riduce alla miseria le vite di centinaia di milioni di cittadini, distrugge i nostri risparmi continuando a fare profitti a palate, perché non dovrebbe essere processato e incarcerato? Non è un crimine contro l'umanità affamare le persone, violare i diritti umani, provocare immani disastri ambientali, costringere a gigantesche migrazioni interi popoli precipitati nella miseria? Ed allora vogliamo giustizia. E vogliamo anche sapere la verità, non ci sembra di chiedere poi tanto.

L'attuale crisi internazionale, che si traduce in crisi alimentare, climatica e sociale, non è certo il risultato di un disastro naturale improvviso o di un incantesimo strano, ma il prodotto di decine di anni di liberalizzazioni commerciali, d'integrazione verticale della produzione, della lavorazione e della distribuzione fatta dalle grandi multinazionali. Le scelte politiche promosse negli ultimi trenta anni dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale, dall'Organizzazione Mondiale del Commercio insieme a Stati Uniti e Unione Europea sono alla base della crisi di sistema. Ma non sono stati questi soggetti a gestire la "governance" mondiale in questi decenni, imponendo un modello economico e culturale basato sul liberismo, la competizione ed il mercato come unico luogo della democrazia? Ed allora anche la crisi alimentare e dei prezzi dei beni di prima necessità è frutto di queste scelte. Politiche che hanno significato una liberalizzazione su scala globale, apertura senza limiti dei mercati, privatizzazione delle terre destinate all'agricoltura locale e loro trasformazione in monocoltivazioni da esportazione, hanno condotto all'attuale crisi alimentare ed al caro vita.

Ma non avevano annunciato da trenta anni a questa parte ad ogni loro riunione che avrebbero eliminato il "problema" della fame nel mondo? Prima l'asticella era fissata agli anni '80, poi '90, poi gli obiettivi del millennio e poi il 2005 ed ora il 2015. Si sono create istituzioni come la FAO, banche, organizzazioni del commercio, club esclusivi come il G8, con l'obiettivo di rispondere ai problemi globali ed ora scopriamo che non solo i problemi ci sono e sono aumentati enormemente, ma che proprio le istituzioni preposte alla loro risoluzione sono responsabili dei nostri problemi. Ed ogni anno raccontano una scusa tutta nuova. Ad ogni scintillante e sempre più assediato meeting spostano l'asticella dei diritti ad un momento più lontano. Gli ultimi incontri della FAO e del G8 ne sono la riprova. Lo scorso giugno l'istituzione che dovrebbe risolvere il problema della fame del mondo ha mandato in scena nella sua conferenza internazionale a Roma l'ennesimo fallimento, l'ennesima ipocrisia raccontata agli oltre 850 milioni di persone affamate ed ha confermato il proprio impegno per mantenere una politica economica commerciale di dipendenza del sud dal nord e di appoggio alle multinazionali agroalimentari. Maggiore apertura dei mercati, maggiore flessibilità, aumento della produzione. Ancora una volta le stesse ricette responsabili della malattia. Ma come può essere che nessun politico voglia ricordare a Ban Ki- moon, segretario generale delle Nazioni Unite, che non ha senso aumentare la produzione per combattere la fame, visto che il problema non è l'assenza di cibo, anzi. Di cibo ce n'è anche troppo. Oggi si produce tre volte più cibo che negli anni sessanta. Mentre la popolazione è appena duplicata, il numero di quelli che muore di fame è raddoppiato. Ma come è possibile? Fesserie analoghe le afferma il numero due della FAO, Josè Maria Sumpsi, quando dice che si tratta di un problema creato dall'aumento dei consumi dei paesi emergenti come India, Cina o Brasile. Davanti a tanta ipocrisia condita da colossali menzogne utilizzate per dare risposte ad un problema così serio, c'è da chiedersi se non siano proprio la FAO, la BM, il WTO, il FMI o la burocrazia delle Nazioni Unite il vero ostacolo alla risoluzione dei nostri problemi.

Ma a chi fa gioco la democrazia degli sherpa? Chi si è arricchito? Oggi il monopolio di certe multinazionali ad ogni livello della catena produttiva alimentare, fino al commercio e distribuzione, ha prodotto utili da capogiro. Nonostante la crisi che colpisce noi poveri mortali, la Monsanto, la Nestlè, la DuPont, la Unilever, Wal Mart, Carrefour, denunciano guadagni di centinaia di miliardi di dollari. Gli utili di una sola di queste grandi imprese basterebbero a risolvere in un anno il problema della fame nel mondo. Ma non si può fare, perché questo sistema economico si fonda sulla necessità che molti rimangano esclusi, che molti lavorino come schiavi, che molti rinuncino ai loro diritti. Un'economia di tipo feudale per chi sta sotto, soft e tecnologica per chi sta sopra. I governi spinti dalle regole di questa economia feudale hanno smantellato le politiche agrarie che appoggiavano la produzione alimentare ed adesso appoggiano le grandi imprese. Lo sviluppo dell'agricoltura industriale ha distrutto l'ambiente e ipersfruttato i suoli, contribuendo all'aumento del riscaldamento globale (altra gigantesca minaccia che rischia di abbattersi principalmente sulla testa di quelli che stanno sotto). L'agricoltura industriale causa infatti tra il 17.4 ed il 32% dei gas ad effetto serra. E mentre le famiglie di agricoltori vengono cacciate dalle loro terre e finiscono nella povertà, la FAO con una faccia di bronzo senza pari annuncia in un documento che i poveri aumenteranno di altre 100 milioni di unità nei prossimi anni. Quasi un miliardo di esseri umani nel 2015 morirà di fame. Ma non doveva sparire la fame dalla faccia del pianeta? Una vergogna inaccettabile resa ancora più amara dal fatto che trattasi di una precisa condanna a morte eseguita preventivamente dagli organismi internazionali preposti alla nostra sicurezza e pagati (troppo) per risolvere i nostri problemi. Questa democrazia non solo è malata, ma è morta se ha bisogno di esistere sull'esclusione sistematica di miliardi di essere umani dai suoi vantaggi e dalla sua comunità privilegiata.

Ma c'è di peggio. La rivista inglese "The Guardian" ha denunciato all'opinione pubblica un documento tenuto segreto della BM che afferma come in realtà la responsabilità dell'aumento dei prezzi dei beni di prima necessità sia il frutto della politica statunitense ed europea di sostegno agli agrocarburanti. E già, perchè pare che ultima delle menzogne in ordine di tempo sia proprio la questione degli agrocombustibili per risolvere la crisi legata ai cambiamenti climatici. Proprio durante il vertice del G8 in Giappone per discutere appunto di crisi alimentare e cambiamenti climatici, sono state confermate le misure che garantiranno il modello di produzione agricola intensivo, monoculturale e su larga scala per le materie prima destinate agli agrocarburanti. Tutto ciò causerà enormi impatti sociali ed ambientali nei paesi del sud del mondo che ne saranno i principali fornitori. Ulteriore conseguenza l'aumento dei prezzi e dell'instabilità economico e sociale per tutti noi anche da questo lato del mondo. Con una catastrofe climatica alle porte ed il prezzo del petrolio triplicato negli ultimi anni, invece di pensare a sviluppare e rendere efficace ed efficiente un sistema energetico alternativo basato sulle rinnovabili, la "casta" ha deciso di investire negli agrocombustibili per sostituire il petrolio. Se per farlo bisognerà cacciare dalle loro terre milioni e milioni di contadini ed indigeni, provocare guerre, danneggiare l'ambiente, far aumentare i prezzi al consumo e rendere le nostre vite sempre più precarie, poco importa. Solo così potranno continuare a mantenere lo stile di vita occidentale, ormai ammirato dagli stessi occidentali solamente in televisione o nelle pubblicità dei giornali.

Si chiama "de-ruralizzazione " il processo che spopola dalla terre milioni di contadini, sgretolandone l’autosufficienza e la sicurezza alimentare. Un trauma che per noi si traduce in caro vita e precarietà sociale, mentre per i contadini ed i coltivatori in dramma. Solo in uno stato dell’India chiamato Maharashtra i contadini che si sono suicidati a causa di queste misure adottate sono stati 3926 nel 2005! In tutta l’India si parla addirittura di oltre 150.000 contadini che si sono tolti la vita negli ultimi anni a causa dello sfollamento delle terre che consente lo sfruttamento intensivo del suolo da parte delle multinazionali, per lo più europee e statunitensi. E’ una cifra da capogiro, alla quale si stenta a credere. Purtroppo però questa è la cruda realtà di un modello economico e di scelte di politica agricola e alimentare che producono genocidi, oltre che crisi economica. Ma la politica dov'è? Chi difende i nostri interessi? Chi denuncia queste torbide istituzioni che insieme alle grandi multinazionali ed a politici ossequiosi in doppio petto sono in realtà i veri “fannulloni” e “minacce” di questa società? Purtroppo la politica è assente oppure impegnata in ritualità e pratiche antiche quanto sterili, appartenenti al secolo passato e che costituiscono una zavorra enorme per affrontare le sfide di questo secolo. L’auto-organizzazione ed il protagonismo sociale sono in questo momento le uniche strade percorribili per resistere e per provare ad immaginare un’idea altra di relazioni umane, prima che economiche. Per esempio la rete internazionale degli agricoltori, come quella chiamata Via Campesina, non solo si oppone all’organizzazione mondiale del commercio senza delegare il proprio dissenso ai governi, ma riesce anche a promuovere una nuova strategia di alimentazione. Dare innanzitutto il diritto ad ogni paese di stabilire i termini della propria produzione e consumo di prodotti alimentari, consolidare la forza dei piccoli proprietari terrieri proteggendoli dai danni di un sistema di importazione a basso costo, opporsi agli organismi geneticamente modificati, abolire le sovvenzioni dirette e indirette all’esportazione, mettere fine al regime imposto dall’OMC che permette di brevettare le semenze. Queste le proposte spinte a suon di marce, scioperi, mobilitazioni, al punto da far “cambiare” la posizione di diversi governi del sud del mondo, non più succubi delle decisioni della cupola mafiosa che gestisce la “governance” globale.

Quanto accade nei sud del mondo dovrebbe aiutare a farci riflettere su come ci si possa ancora organizzare e provare a cambiare anche qui da noi, finto e sbiadito occidente ormai immerso in problemi di sopravvivenza economica e individualismo sociale. Per esempio si può immaginare come si possa costruire un percorso fatto di sperimentazioni anche sul fronte della produzione e consumo di alimenti di prima necessità. Alla stessa maniera potremmo lavorare per riuscire a creare saldature tra coloro che sono oggi precari e impoveriti da questo sistema e, pur essendo all’oscuro delle cause della crisi, non accettano il tunnel dei sacrifici e del “realismo” che la casta vorrebbe imporci. Legare queste necessità e queste lotte dandogli anima, per restituirle a quell’orizzonte sbiadito chiamato politica che possiamo riaccendere solo con la passione delle nostre idee e lo slancio delle nostre azioni.

martedì 26 agosto 2008

Sfuggire alla trappola della povertà


Cos’hanno in comune una vedova del Bangladesh con un figlio sordo, un minatore dodicenne del Kirghizistan, una coppia di contadini ugandesi con dodici bambini e una collaboratrice domestica sudafricana che perde la casa quando muore il marito e il lavoro quando si rompe una gamba? Sono intrappolati, bambini compresi, nella miseria cronica, anche quando i loro paesi mostrano segni di crescita economica...continua

Perù: vince il movimento indigeno amazzonico


Una grande vittoria per il movimento indigeno peruviano. Il congresso peruviano ha ratificato la decisione della commissione del congresso sull' amazzonia che ha stabilito l'abrogazione dei due decreti legislativi voluti dal governo Garcìa e da mesi al centro delle proteste delle comunità e dei movimenti.

Si tratta di un grande successo per le comunità native del Perù che hanno dimostrato attraverso la loro giusta lotta in difesa del proprio territorio e del diritto alla vita, di saper costruire partecipazione politica attraverso processi di resistenza democratici e pacifici. Non occorre dimenticare che, nonostante la vittoria sui due decreti incriminati, ne restano ancora molti in vigore che rappresentano una minaccia non solo al diritto di autodeterminazione dei popoli ma soprattutto alla sovranità nazionale del Perù.

I due decreti oggetto della misura abrogativa sono il 1015 ed il 1073, imposti senza dialogo ne accordo con i popoli indigeni, contrariamente a quanto sancisce la Convenzione 169 dell'OIT, sottoscritta dallo stato peruviano.

Questi decreti legislativi facilitavano la vendita delle terre e la consegna delle risorse naturali amazzoniche alle grandi multinazionali, in accordo al Trattato di lIbero Commercio con gli Stati Uniti, firmato dall'ex presidente Alejandro Toledo. Due anni e mezzo fa l'allora canditato alle presidenziali Garcia, aveva promesso di ritirare la firma peruviana da quasto accordo. Una volta eletto però questo signore è diventato il migliore alleato degli Stati Uniti insieme a Uribe in Colombia e alla Bachelet in Cile. Preoccupato per i mancati investimenti delle multinazionali come unico modo per risolvere il problema della povertà, il Sr. García ha tentato di utilizzare le terre degli indiani amazzonici usino asservendole al capitalismo.

In accordo alle leggi che di peruviano hanno solo il nome, chi possiede la terra in Perù sono solo i proprietari della materia fisica chiamata terra e non dell'aria, dei boschi, del sottosuolo dove c'è il gas, il petrolio, i minerali, ne delle acque dei suoi fiumi nella quale si trova l'oro. Con la loro saggezza millenaria i popoli indigeni ridono della stupidità peruviana occidentale. Per loro infatti la terra, il sottosuolo e l'aria fa parte di un'unità, come una è la vita degli esseri umani, animali e piante grazie alla madre terra, ai fiumi e ai mari. Separare gli esseri umani dai loro boschi e dai loro fiumi è un atto d'ignoranza punibile.

In Texas i proprietari delle terre dove si trova il petrolio divengono milonari. In Perù invece diventano poveri, come è succusso a tutti i proprietari dei terreni dove ci sono minerali, petrolio e gas.

Dal 1974, i popoli indigeni hanno cominciato a recuperare parte del territorio che gli era stato espropriato dagli spagnoli e dai loro eredi. Le superfici recuperate corrono il pericolo di passare in altre mani, per la felicità del capitalismo e dei suoi sostenitori. Condividere il bosco con i fratelli scimmie, tartarughe o uccelli, è concepibile solo se si ha la luce della spiritualità indigena, nella quale la teorica superiorità dell'uomo e della ragione sulla natura, sono inesistenti ed inimaginabili.

I popoli indigeni hanno chiesto al nuovo governo il dialogo, con forza e fermezza, ma senza violenza.
Quando il presidente Garcia ha redatto i decreti legislativi non ha dato modo alle popolazioni interessate di capire ciò che stava succedendo. I dirigenti indigeni hanno sospeso il dialogo chiedendo una commissione che abbia capacità decisionale. Il governo ha risposto sospendendo le garanzie costituzionali, dando così libero sfogo alla violenza. Ciononostante, la determinazione delle comunità a continuare la loro lotta è riuscita ad ottenere dalla commissione il riconosciemnto della violazione palese che il governo stava commettendo. Una lezione in più che ci giunge dall'America latina. L'unico angolo del mondo da cui continuano ad arrivare concreti segnali di speranza per un altro mondo possibile.