martedì 19 gennaio 2010

Terremoto

La terra non smette di tremare oltreoceano e dopo il devastante sisma di Haiti, anche in Guatemala una scossa ha fortunatamente solo turbato la quiete degli abitanti della capitale Guatemala City, senza causare praticamente alcun danno, nonostante la magnitudo di 6 gradi della scala Richter.

Luis Arriola, della stazione di sismologia del Guatemala ha confermato che l’epicentro è stato identificato a 101 chilometri dalla capitale e a circa 48 chilometri di profondità, al largo della costa dell’oceano Pacifico, nel dipartimento di Santa Rosa, vicino al confine con El Salvado.

“Abbiamo sentito una scossa abbastanza forte. Stiamo monitorando l’area, ma qui non ci sono danni. Il movimento è stato leggero ed è durato alcuni secondi”, ha detto Luis Medina dell’ufficio turistico guatemalteco a Puerto Quetzal, nella costa meridionale.

La scossa è stata percepita anche nella vicina San Salvador, ma oltre a far tremare le finestre e a spaventare la popolazione, non ci sono state fortunatamente altre conseguenze. Nella capitale salvadoregna, San Salvador, la gente è fuggita per le strade, soprattutto dagli edifici di una certa altezza.

Una donna, impiegata in una delle aziende che ha sede nel cosiddetto World Trade Center, nella zona di Colonia Escalòn, ha spiegato di aver lasciato il proprio ufficio appena percepita la scossa e che tutti quanti si sono comportati allo stesso modo e quindi le scale di sicurezza erano praticamente intasate.

Oltre alla paura causata dal recente sisma di Haiti, negli abitanti di El Salvador è purtroppo fresca la memoria dei due terremoti che nel 2001 hanno devastato il Paese, causando ingenti danni e numerosissime vittime.

mercoledì 6 gennaio 2010

Trenta morti affossano la libertà di stampa latinoamericana


Trenta. L'America Latina, il continente riemerso dall'oblio forzato in cui dittature e oppressione l'avevano forzatamente rilegato, sta finalmente tornando alla vita grazie a una maggioranza di governi progressisti che soffiano sulla polvere di un passato di morte e miseria, ma ancora c'è molta strada da fare. Quello che era il vecchio cortile dello Zio Sam, ha sì nuova vita e nuove speranze, ma le libertà finora conquistate devono ancora fare i conti con corruzione e violenze incancrenite. Un dato, fra gli altri, fotografa quanta strada c'è ancora da percorrere sulla via per la piena libertà: il 2009 ha visto trenta giornalisti morti ammazzati per aver osservato, raccontato, diffuso in nome del diritto di ogni cittadino a essere informato. Di questi, tredici sono stati uccisi nel solo Messico, che si converte nel paese latinoamericano più rischioso per i giornalisti che perseguono la verità. Subito a ruota si piazza la Colombia, con sei morti, quindi il Guatemala con quattro, l'Honduras e il Brasile con due e infine il Salvador, il Venezuela e il Paraguay con uno. Il continente latinoamericano, dunque, in un contesto di crisi economica globale, negli ultimi dodici mesi ha segnato il passo in materia di libertà di stampa e dei diritti dei lavoratori dei mezzi d'informazione, colpiti da licenziamenti e cassa integrazione. A denunciarlo è la Federazione dei giornalisti dell'America latina e del Caraibi.

Gli omicidi, le aggressioni, sono stati nella maggioranza dei casi legati a casi di corruzione. Le vittime solitamente non sono però direttori o giornalisti di grandi media. Salvo casi eccezionali, vengono uccisi comunicatori di mezzi di informazione locali o comunitari oppure corrispondenti di grandi testate ma inviati in piccole località. L'intento, nel 2009, è stato comunque quello di eliminare la notizia. Per questo, in Messico, Colombia, Guatemala, Honduras, Brasile, Paraguay e Venezuela è stato deciso di "uccidere il messaggero".

Il Messico è in piena crisi umanitaria. I tredici giornalisti assassinati ne sono l'esempio lampante. Dietro c'è un grave connubio tra narcotrafficanti e governo, dato che l'impunità regna incontrastata. Aggressioni, intimidazioni, minacce sono la norma per tutti quei professionisti dell'informazione che si pongono con spirito critico e indipendente. Il risultato è o l'autocensura o la morte. Medesima situazione in Colombia, un paese piegato da una guerra interna cinquantennale, dove sguazzano incontrastati narcotraffico e corruzione. Specialmente nelle file governative. E infatti "è il medesimo governo a minimizzare i crimini contro i giornalisti, l'aumento esponenziale degli attacchi violenti contro i comunicatori sociali e la persecuzione verso giudici e magistrati, di cui è il principale artefice, ma che grazie a una suggestiva campagna internazionale riesce a mascherare e negare", spiegano dalla Federazione. Esemplare del clima che si respira in Colombia è la fine che ha fatto il progetto di legge per depenalizzare il reato di ingiuria e calunnia, che adesso irretisce pesantemente la libertà di stampa: eclissato dai dibattiti sulla seconda rielezione dell'onnipresente Alvaro Uribe.

"In Venezuela, invece, le aggressioni avvengono principalmente dallo Stato - denuncia la Federazione - attraverso attacchi di simpatizzanti del governo ai giornalisti e mediante i mancati rinnovi delle licenze ai mezzi di informazione dell'opposizione o semplicemente critici verso le politiche ufficiali". Questa la posizione della Federacion de periodistas, ma sul Venezuela va precisato che, secondo i dati dell'Osservatorio Internazionale sui Media, la gran parte dell'informazione è privata e apertamente schierata con l'opposizione. Tre quarti dei media non fanno che attaccare il governo di Hugo Chavez, dimenticando di perseguire la verità mantenendo una posizione super partes. Certo il ricorso alla violenza non è mai giustificato, nemmeno nel Venezuela bolivariano, dove si conta un giornalista assassinato negli ultimi dodici mesi.
Sono un centinaio, invece, quelli aggrediti nella Repubblica Dominicana, mentre in Honduras la situazione della libertà di stampa è ormai gravissima. Dopo il colpo di stato del 28 giugno 2009, la repressione contro i media che si sono mostrati critici contro i golpisti è stata sistematica. Perseguitati anche i giornalisti internazionali accorsi nel paese. Due quelli uccisi.

Un peggioramento si è registrato anche nel democratico Brasile, l'unico paese che contemplava giuridicamente l'esigenza di un titolo professionale per esercitare il giornalismo, sbarramento che avrebbe dovuto garantire una certa qualità all'informazione. Avrebbe, dato che il Tribunale supremo, a cui erano ricorsi le lobby dell'editoria, ha appena tolto il paletto aprendo la strada a chicchessia.

Non va meglio in Perú dove, nonostante non sia siano registrati morti ammazzati tra i giornalisti, le aggressioni superano quelle di qualsiasi paese della regione: 180 casi. Il più emblematico, la chiusura forzata di Radio La Voz di Bagua, emittente indipendente castigata per motivi politici solo per aver reso pubblica la verità su quanto accaduto durante la mattanza per mano della polizia contro gli indigeni amazzonici del 5 giugno scorso.

Ottimi passi avanti invece in Argentina, dove è stata approvata la Legge dei Media, che combatte i monopoli dei mezzi d'informazione. Essendo stata redatta da sindacati, Ong e organizzazioni sociali e coordinata dalla Federazione argentina dei lavoratori della stampa è una legge esemplare per molte realtà.
Qualche gradino è stato salito anche dall'Uruguay, che è riuscito a ottenere la depenalizzazione dei reati a mezzo stampa.

Non solo il pane viene sprecato: ogni anno cibo buttato per 1 miliardo

Presente le montagne di arance del supermercato imprigionate nelle retine rosse? Basta che un frutto mostri qualche segno di deperimento perché tutto sia buttato nella spazzatura. Gli yogurt vengono gettati quando sono ancora degni di una sana merenda: «Li preleviamo dagli scaffali due giorni prima della scadenza. Tanto non li compra più nessuno», spiegano i direttori dei supermercati. Per non parlare della aragoste che facevano bella vista nei banchi frigo prima di Natale: quelle invendute sono in gran parte finite nella spazzatura...continua

domenica 3 gennaio 2010

Il pane a Milano

Soffocati da una montagna di pane. Bocconcini, sfilatini, michette. Poi arabi, tartarughe, francesini, baguette, ciabatte, filoncini, coppie, crostini e rosette. Fino alla nausea, fino a non poterne più. Al punto da gettare tutto nel sacco nero dopo aver soddisfatto l’ennesimo sfizio. È questa la fine del pane a Milano. I fornai della Madonnina stimano in 5.250 i quintali buttati al mese in città, poco meno di 180 al giorno. Come dire: ogni milanese rovescia nella spazzatura quattro etti di pane al mese. Ipotizzando livelli di spreco uguali nel resto del Paese, in Italia sarebbero 24.230 le tonnellate di pane che ogni trenta giorni finiscono nella spazzatura. Alla faccia della crisi. E del miliardo di persone che, secondo la Fao, soffrono la fame nel mondo. «Bando ai falsi moralismi. Il nostro sistema di produzione, distribuzione e consumo rende inevitabili gli sprechi di molti altri prodotti deperibili. Pensiamo alle enormi quantità di pomodori o arance che vengono distrutte», fa riflettere Sandro Castaldo, ordinario di Marketing all’università Bocconi di Milano. Ma torniamo nelle panetterie milanesi. «Il problema del pane buttato si aggrava di giorno in giorno perché i consumatori sono sempre più esigenti...continua

venerdì 1 gennaio 2010

AIUTI DALL’ITALIA PER LA DENUTRIZIONE

L’Agenzia delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (Ocha) ha dichiarato a Ginevra che in Guatemala 400mila famiglie rischiano di soffrire la fame a causa della siccità che sta colpendo il Centroamerica sin dallo scorso luglio. Per l’assenza di piogge nei mesi di ottobre e novembre, i mesi normalmente più piovosi, non è stato possibile seminare e la raccolta precedente è stata inferiore alle attese del 50-75%. La popolazione nelle aree più colpite si è nutrita con il grano destinato alla semina.

Il Governo della Repubblica di Guatemala l’8 settembre 2009 ha dichiarato lo Stato di Calamitá, esteso per ben 3 volte, l’ultima delle quali l’8 dicembre. La drammaticità della situazione è sottolineata dagli elevati indici di denutrizione acuta rilevati dalla valutazione che la Rete Umanitaria del Guatemala (RedHum) ha eseguito nel mese di Ottobre in 9 dipartimenti del Paese. La RedHum, piattaforma di coordinamento tra Istituzioni impegnate in interventi umanitari, alla quale partecipa attivamente il Programma di Emergenza, ha evidenziato che l’11% dei bambini minori di 5 anni soffre di denutrizione acuta.

Il prolungarsi della crisi alimentare e nutrizionale ha spinto il Programma di Emergenza della Cooperazione Italiana in Guatemala, ad intervenire, in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per appoggiare il Ministero della Salute Pubblica e dell’Assistenza Sociale del Guatemala in azioni destinate a migliorare lo stato di salute dei bambini minori di 5 anni affetti da denutrizione acuta severa.

sabato 12 dicembre 2009

LA POVERTÀ, LA GIUSTIZIA DEL COMMERCIO GLOBALE E LE RADICI DEL TERRORISMO

Il brano che segue è tratto da “Hoodwinked: un economista di successo rivela perché i mercati finanziari mondiali sono implosi, e cosa dobbiamo fare per ricostruirli”. Random House, 2009.

“Domenica, i cecchini dei Navy Seal hanno tratto in salvo un capitano illeso di una nave cargo americana e hanno ucciso tre pirati somali in un'ardita operazione nell'Oceano Indiano, mettendo fine a una situazione di stallo che durava da cinque giorni tra le forze navali degli Stati Uniti e una piccola banda di briganti in giubbotti di salvataggio arancione al largo del Corno d'Africa”...continua

sabato 5 dicembre 2009

Le storie non raccontate di violenza sulle donne

“Non c’è bisogno di andare lontano, è tutto intorno a noi”, dice Robert Dijksterhuis, a capo della divisione Gender del Ministero degli Affari Esteri olandese, in una stanza gremita di donne. “Una donna su tre nel mondo ha subito abusi di vario genere - il più delle volte da parte di qualcuno che conosce”, aggiunge, citando i numeri di UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione)...continua

Sentenza che rende giustizia ai desaparecidos guatemaltechi


Sono passati più di 28 anni dalla sparizione di otto “campesinos” avvenuta in Guatemala durante la guerra civile che ha contrapposto i dissidenti di sinistra alla destra del governo neoliberale. Oggi una sentenza accolta con grande interesse dalla stampa di tutta l’America Latina è stata emessa dal tribunale di Chiquimula, località a 150 chilometri da Città del Guatemala e non lontana dal villaggio in cui gli otto desaparecidos furono visti per l’ultima volta nel 1981: l’ex-colonnello dell’esercito Antonio Sanchez e atri tre paramilitari, giudicati colpevoli per le sparizioni in questione, sono stati condannati a 53 anni di prigione. Furono circa 250.000 le persone, che, tra il 1960 e il 1996, vennero misteriosamente uccise in Guatemala. Un altro atto di giustizia è stato compiuto all’inizio di settembre, quando fu condannato a 150 l’ex-paramilitare Felipe Cusanero, accusato della “sparizione forzata” di sei indigeni tra il 1982 e il 1984.

Un colpevole per i massacri dei maya

L’assassinio di donne, bambini e uomini indigeni disarmati, la distruzione di case, coltivazioni e allevamenti e i bombardamenti indiscriminati sui campi di rifugiati, avvenuti in Guatemala all’inizio degli anni ottanta, furono ordinati direttamente dal presidente de facto Ríos Montt. È quanto emerge dai documenti militari resi pubblici dall’istituto di ricerca indipendente National security archive (Nsa), della George Washington University...continua

martedì 24 novembre 2009

Il Guatemala? Un paese in guerra


"Il 2009? L'anno più violento della storia guatemalteca contemporanea". Non ha dubbi, statistiche alla mano, Mario Polanco, direttore del Gruppo di mutuo appoggio del Guatemala, l'associazione non governativa che, nata 25 anni fa per supportare le spose le madri le figlie le sorelle i familiari tutti di quelle persone detenute illegalmente e sparite nelle fauci della dittatura, ora monitora diritti umani e soprusi, denunciandoli con puntualità.
Le statistiche sui primi dieci mesi dell'anno parlano chiaro. In tutto il 2008, sono state registrate 3305 morti violente, ossia circa nove al giorno. Cifra che nel 2009 ha raggiunto i dieci al giorno, visto che a ottobre si contavano già 3286 vittime.

Polanco e il suo Gam non hanno dubbi: "Il presidente della Repubblica non ha concretizzato nessuna strategia di sicurezza che puntasse a diminuire questi scioccanti indici, anzi, si sta procedendo a una serie di cambiamenti di funzionari publici, specie nel governo, che riflettono l'instabilità e l'incapacità di frenare l'ondata di violenze". Non solo. "La polizia nazionale civile continua a essere scarsamente presente - spiega, studiando il documento appena uscito con i dati freschi di ottobre - non avendo nemmeno le condizioni necessarie a svolgere in modo efficiente un lavoro simile. Il ministero dell'Interno deve realizzare una serie di monitoraggi e soprattutto debe destituire gli agenti corrotti, inserendo a loro posto persone serie e adatte all'incarico". La questione della corruzione degli agenti di pubblica sicurezza non è certo nuova in Guatemala, e anzi ogni volta che il Gam denuncia l'impunità, l'atmosfera inquietante, lo sprezzo della vita che caratterizza la società guatemalteca, tira in ballo la non serietà di molti degli uomini che indossano una divisa. E la palude di corruzione e collisione di poteri non si esaurisce qui.
Il Gam ha più volte dipinto, in maniera realistica sempre con dati alla mano, una giustizia satura di denunce in piena impasse, con, quale unica trionfatrice, l'impunità. Perenne.
Migliaia di casi entrano nei palazzi di giustizia senza mai arrivare a sentenza. O, quando ci arrivano, lo fanno dopo 28-30 anni. "Fortuna che noi guatemaltechi non la perdiamo mai la speranza", commenta amaramente.

Ed è proprio per la gente comune che il Gam prosegue nel suo lavoro, umile e ben fatto, di catalogare, archiviare, osservare, denunciare, e produrre documenti inconfutabili. Uno dei risultati: ogni mese sforna una documentazione statistica alternativa a quella che presenta puntualmente il governo, in modo da dare il punto di vista della società civile sulla situazione dei diritti umani nel paese. Una febbre che non accetta cure, né medici.

"Nonostante il governo abbia firmato un piano per la sicurezza proprio quest'anno - spiega Polanco - il clima di insicurezza resta e con esso la frustrazione, il timore e persino l'apatia, che è la conseguenza peggiore. Per sradicare la criminalità va da sé che sia necessario assegnarle un presupposto congruo alle necessità congiunturali del paese. Il governo, nonostante abbia cinque diversi ministri impegnati in questa lotta, non è ancora riuscito a inaugurare politiche di sicurezza che portino a diminuire la violenza, e questo dimostra una mancanza di coordinazione tra gli enti e la gente, e l'incapacità di portare a termine ciò che è scritto sulla carta".

Tutto questo è il frutto dell'ingovernabilità attuale che logora il Guatamela. "Il disordine politico è grande - commentano dal Gam - Ci sono tanti funzionari pubblici che mettono davanti l'interesse privato a quello pubblico. È un caos. E il risultato è la violenza indiscriminata, dato che a essere colpita è l'intera popolazione, senza eccezioni di sorta". Una violenza cieca, che si scatena e colpisce. Chiunque. Una sequela di episodi che frustra profondamente la gente, generando il medesimo sconforto provato durante la guerra civile.

"Le ferite che lascia non solo infatti soltanto fisiche, è l'anima del paese quella che più soffre. Mai un sospiro di sollievo in questo paese oppresso. E vedere che coloro che potrebbero e dovrebbero far qualcosa in realtà pensano solo al proprio orticello peggiora la percezione del tutto". Che già è grave di per sé. I numeri che indicano le persone ferite per cause violente dichiarano che spesso sono i bambini a essere colpiti. Perché? "Le pallottole vaganti". E con i minori, le donne. Nel 2008, è stata registrata una media di 40 donne morte al mese, salita a 43 nei primi dieci mesi di quest'anno. "Che dire. Questo è stato senza ombra di dubbio un anno duro per tutte le famiglie guatemalteche", ha commentato Polanco, che non dimentaca di citare nemmeno le morti extragiudiziarie, sintomo di quanto sia flebile lo stato di diritto nel paese. "Undici, sono undici in ottobre, e ben 59 in dieci mesi - precisa -. Sono di nuovo aumentate e questo in concomitanza dell'arrivo di un nuovo ministro dell'Interno. Che sia un caso? E poi il linciamento. Sì, la gente si fa giustizia da sola qui, visto che lo Stato latita, si lincia chi sbaglia. Risultato: nell'ultimo mese 35 morti e 130 feriti". E poi i 110 sequestri contati dall'inizio dell'anno. "È penoso, vergognoso e perfino ironico dire che in Guatemala già è stata firmata la pace, quando quello che meno si percepisce è proprio questo, la pace".

sabato 21 novembre 2009

Caffè corretto

Un film per chiedere il rispetto dei diritti nel mercato del caffé. L’iniziativa è di Action Aid International, il regista è Marcello Pastonesi e la casa di produzione la Patriot Film. In Guatemala il caffè è la principale fonte di reddito e di occupazione, dalla quale dipende la sopravvivenza del 20% della popolazione. Attraverso le testimonianze dirette dei coltivatori, "Caffè amaro" racconta come la volatilità del mercato del caffè e la violazione dei diritti dei contadini abbiano conseguenze drammatiche per le condizioni di vita di intere comunità...continua

RAPPORTO DI ACTION AID SUL CAFFE'

VIDEO "UN CAFFE' CORRETTO"

venerdì 20 novembre 2009

Acqua alla Gola

Cosa può avere nelle mani un governo quando non ha più risorse in cambio di liquidi pronti? Gli restano tre su quattro elementi fondamentali del cosmo da vendere proporzionalmente al suo territorio: la terra, il fuoco e l’acqua. E’ quello che accade oggi in Italia ed in quei paesi ultra-sviluppati dove le regole del mercato persuadono così tanto le persone da pensare che ci sia sempre da guadagnarci per tutti...continua

sabato 7 novembre 2009

Fame in Guatemala

Il vescovo di San Marcos sulla crisi alimentare nel Paese: «Finché in Guatemala non ci sarà una profonda riforma agraria, il fantasma della fame continuerà a mietere vittime» inspiegabile che negli ultimi giorni l’opinione pubblica mondiale, sia stata fomentata facendo leva su un problema che in Guatemala è cronico. È vero che la siccità ha colpito i raccolti, ma la fame reale è la compagna fedele e inseparabile di migliaia di guatemaltechi e soprattutto del 49 per cento dei bambini tra 1 e 5 anni di età (percentuale che sale al 59 per cento nella popolazione indigena).Non basta pensare che bisogna chiedere l’elemosina alla solidarietà internazionale per risolvere questo problema. E tantomeno serve farlo. Ripartire viveri che provengono da fuori tranquillizza la coscienza di coloro che hanno il potere di cambiare le cose e migliorare la situazione di fame permanente del Paese. Mi riferisco in primo luogo ai grandi e medi latifondisti; e in secondo luogo agli imprenditori e ai commercianti che trattano prodotti di prima necessità in Guatemala. I primi perché invece di destinare la terra alla produzione di prodotti di esportazione o alla produzione di agrocombustibili, dovrebbero destinarla a seminare cibo e abbassare il prezzo degli alimenti fondamentali della nostra dieta: mais, fagioli, riso, latte. I secondi perché, in mancanza di un controllo del mercato, fanno quello che vogliono, alzando i prezzi e speculando sulla fame della gente.Finché in Guatemala non ci sarà una profonda riforma agraria, come l’ha descritta anni fa un documento del Pontificio consiglio di giustizia e pace del Vaticano e come suggerisce papa Benedetto XVI nella sua ultima enciclica, Caritas in veritate, il fantasma della fame con la sua falce affilata continuerà a mietere la vita di moltissime persone in Guatemala.La solidarietà genuina dei guatemaltechi che si dicono cristiani implica la giustizia e dovrebbe brillare adesso con forza e spaventare il fantasma della fame, mettendolo in fuga verso orizzonti sconosciuti.

mercoledì 21 ottobre 2009

Schiavi e Servi

Nel sistema capitalista la logica di produzione non è misurata in base alla soddisfazione dei bisogni fondamentali della società (cibo, alloggio, salute, istruzione, ecc). Ma per l'ottimizzazione dei parametri di redditività privata capitalista. Pertanto, e seguendo il rigoroso ordine capitalistico, chi non può pagare per il cibo non sarà in grado di consumarlo. E 'la nuova teoria della selezione naturale della specie", non formulata da Darwin, ma dalle corporazioni transnazionali e le potenze imperialiste centrali che hanno trasformato il pianeta in un grande mercato. Con una logica prevalente: La sopravvivenza è riservata solo a quelli che hanno i soldi per pagarla...continua

Siccità e fame: 500 vittime in Guatemala


Sono 469 le vittime in Guatemala dall’inizio dell’anno – riferisce l’agenzia Misna - per la più grave siccità che abbia colpito il Paese latinoamericano dal 1976. Secondo i dati del ministero della Sanità, sono stati persi finora 36 mila ettari di coltivazioni di mais e fagioli, elementi base della dieta quotidiana specie tra i ‘campesinos’. E, sono oltre 400 mila le famiglie a rischio per la mancanza d’acqua e di generi di prima necessità nel Paese in tutta l’America Latina con il più alto tasso - 51% - di malnutrizione cronica tra i bambini di età inferiore ai cinque anni. Per questo a settembre il Guatemala ha dichiarato lo “stato di calamità”. La situazione più grave è quella del cosiddetto ‘corredor seco’, che copre sette dipartimenti orientali. Huité, a Zacapa, è considerato il comune più arido a fronte di politiche inefficaci e nonostante ospiti lussuose ville private con piscina che si ritiene possano appartenere a narcotrafficanti. Secondo i rappresentanti dei contadini della zona, a un chilometro di profondità nel sottosuolo è presente una falda acquifera, su un totale di ben 32 contate nel territorio nazionale, che sarebbe largamente sufficiente a garantire l’approvvigionamento di Huité e dei comuni vicini. Nel tentativo di arginare le spese per l’agricoltura, mantenendo l’umidità nel sottosuolo e favorendo le coltivazioni, nella regione si stanno portando avanti con aiuti internazionali progetti agro-forestali come la semina di Gliricidia (anche detto Madre Cacao), un albero delle leguminose usato per fissare il nitrogeno e arricchire la terra di elementi organici naturali. “Non abbiamo bisogno di assistenzialismo, ma solo di imparare buone pratiche da trasmettere a lungo termine tra i contadini” ha detto il sindaco di Huité, Esbin René Guevara.

Sangue in Guatemala: 12 Ottobre

La polizia spara sui contadini e gli indigeni che partecipavano alla Giornata di azione mondiale in difesa della Madre Terra e protestavano contro la rapina dei beni comuni attuata dalle multinazionali straniere, compresa l'italiana Enel, con la benedizione del governo.

Il 12 ottobre durante le mobilitazioni indette per la Giornata mondiale di azione in difesa della Madre Terra lanciata al Forum sociale mondiale di Belem, tenutosi dal 27 gennaio al primo febbraio di quest’anno, un ragazzo di 19 anni Gilmer Boror Zet è stato ucciso a San Juan Sacatepéquez, in Guatemala, mentre partecipava alla «Protesta de la Madre Tierra». Sono, inoltre, stati feriti gravemente altri due manifestanti: Odulio Raxón Zet, di 16 anni e Esteban Catellanos Orellana di 65 anni. La manifestazione era stata indetta da diverse organizzazioni indigene e contadine guatemalteche tra cui la Fondazione Rigoberta Menchú Tum, il Centro per l’azione legale a difesa dei diritti umani [Caldh], la Coordinadora nacional indigena y campesina [Conic] e la Coordinacion y convergencia nacional Maya Waqib´Kej.
La scelta del luogo della manifestazione non è stata casuale. È da più di un anno che a San Juan Sacatepéquez grandi mobilitazioni si oppongono all’apertura della fabbrica di cemento «Progreso». Lo scorso luglio cinquemila persone hanno percorso le strade di San Juan Sacatepéquez per denunciare i rischi di contaminazione delle acque. La fabbrica, già in costruzione, dovrebbe iniziare a funzionare nel 2012, occupando 900 ettari di terreno e producendo 2,2 milioni di tonnellate di cemento all’anno.
Già nel giugno del 2008 la protesta è stata segnata da un grave episodio di violenza: un dirigente campesino durante una manifestazione contro l’apertura della fabbrica è stato assassinato in uno scontro con le forze di polizia. In quell’occasione Alvaro Colom, Presidente del Guatemala, ha decretato lo stato di emergenza per quindici giorni. In seguito il governo e le organizzazioni indigene e contadine hanno firmato degli accordi, mai applicati, che prevedevano la smilitarizzazione della zona e la cessazione dei processi politici in atto contro i leader della protesta.
Il corteo che il 12 ottobre ha attraversato la città è stato attaccato all’altezza del ponte El Caminero. Tutte le vittime sono originarie della comunità Lo De Reamos di San Juan Sacatepéquez. Secondo le testimonianze degli stessi organizzatori della marcia, i colpi sono partiti da alcuni uomini vestiti di nero infiltrati nel corteo. Tutto il movimento indigeno del Guatemala chiede ora verità e giustizia per quanto accaduto. Nell’aderire alla mobilitazione globale e nell’appello per la manifestazione del 12 ottobre i popoli indigeni del Guatemala chiedevano anche la definizione di una riforma agraria integrale che rispetti i territori indigeni, la sovranità alimentare e l’economia comunitaria. Si chiedeva inoltre il ritiro immediato dal Guatemala di imprese nazionali e straniere che realizzano nel paese megaprogetti estrattivi, minacciando quotidianamente la sopravvivenza di molte comunità.
Tra queste proprio l’impresa di cemento Progreso, ma anche la miniera Marlyn della multinazionale canadese Glamis Gold, responsabile della contaminazione da cianuro del suolo e delle acque nella regione di San Marcos, e l’italiana Enel coinvolta in un progetto idroelettrico nel fiume Jute contro cui, ormai da anni, combattono le organizzazioni indigene e contadine.
Allo Stato e al Governo del Guatemala le organizzazioni sociali chiedevano di fermare la repressione contro le comunità che si oppongono al saccheggio dei beni comuni. Chiedevano inoltre indagini serie sui gruppi armati privati legati al narcotraffico responsabili di assassini, azioni violente e persecuzioni. Il giovane ucciso il 12 ottobre allunga la lista delle persone assassinate nell’ultimo semestre del 2009. Solo nei mesi di settembre ed agosto sono sette i leader uccisi da gruppi armati regolari o non in Guatemala.

La Protesta indigena


Perù, Ecuador, Guatemala, Cile, Panama: negli ultimi mesi la voce dei popoli indigeni dell’America Latina ha guadagnato forza e clamore. Dopo la rivolta che ha insanguinato l’Amazzonia peruviana (oltre trenta morti), portando alla sospensione della contestata legge sullo sfruttamento delle risorse naturali nella regione. Dopo che la sollevazione dei nativi ecuadoriani ha costretto il presidente Rafael Correa ad aprire un tavolo di trattative sulla legge mineraria, ieri in occasione del Columbus day la protesta indigena si è fatta sentire in molti Paesi della regione. In Guatemala una manifestazione di protesta dei contadini indigeni contro il Dia de la Hispanidad ha provocato un morto, due feriti d’arma da fuoco e una decina di contusi. I manifestanti hanno infatti bloccato numerosi accessi alla capitale Guatemala City, provocando le ire di automobilisti e autotrasportatori e la situazione è degenerata in violenti scontri.

A Panama gruppi di discendenti dei popoli originari hanno bruciato le bandiere spagnole e marciato per le strade del Paese per chiedere il rispetto delle proprie terre e tradizioni, la cancellazione delle concessioni distribuite ad aziende multinazionali per lo sfruttamento delle risorse naturali, e protestare per il mancato rispetto dell’autonomia dei popoli indigeni. Gruppi di manifestanti hanno bloccato uno degli accessi della frontiera con il Costa Rica, mentre un altro gruppo ha “assediato” l’ambasciata spagnola. La marcia dei popoli originari cileni ha portato a Santiago del Cile diverse migliaia di persone, che hanno ricordato il Dia de la Hispanidad dalla prospettiva indigena. Vestiti con abiti tradizionali si sono dedicati a canti e balli ricordando il “Bicentenario della repressione” e protestando per la situazione nella regione di Arucania, dove da anni è in atto un battaglia legale e civile da parte dei nativi che chiedono il riconoscimento dei diritti su vaste aree che sono state date in concessione a imprese agricole o del legname. La situazione si è fatta più tesa dallo scorso mese di agosto quando un giovane è morto dopo essere stato colpito da una pallottola alla schiena nel corso di una manifestazione.

Il 12 ottobre da alcuni anni è diventato, in America Latina, il giorno delle proteste dei contadini indigeni che, coscienti dell’eco internazionale che le celebrazioni per la scoperta dell’America risvegliano in tutto il mondo, cercando i “usare” i riflettori accesi per l’occasione come un’opportunità per far conoscere all’opinione pubblica le proprie problematiche. La questione dei popoli originari però non è solo un problema “interno” o locale, ma una realtà politica di cui quasi tutti i Paesi della regione devono tenere conto, soprattutto quelli in cui, come Bolivia ed Ecuador, i capi di Stato hanno cavalcato le rivendicazioni indigene per ottenere il successo politico.

martedì 13 ottobre 2009

Guatemala: paura per due comunità native sgomberate

Il 2 settembre 2009, 80 membri di due comunità rurali native sono state sgomberate dalle loro abitazioni con un'azione di forza da parte della polizia. Le due comunità, "Bella Flor" e "8 di Agosto", si trovano entrambe nel municipio di Panzós, nel dipartimento di Alta Verapaz. Le loro case sono state abbattute dalla polizia e tutte le loro proprietà distrutte. Le autorità non hanno fornito loro nessun riparo alternativo.

Alcuni abitanti di "Bella Flor" hanno trovato rifugio in alcune case libere presenti nei paraggi. In occasione dello sgombero della comunità di "Bella Flor", la polizia ha dato 15 minuti di tempo agli abitanti affinché portassero via le loro cose, prima di dare alle fiamme le abitazioni. Testimoni riferiscono che la polizia ha distrutto anche gran parte del raccolto. I membri della comunità hanno fatto richiesta alle autorità di poter tornare per recuperare quel che restava del raccolto.

Lo sgombero della comunità "8 di Agosto" è avvenuto con 20 minuti di preavviso. Durante l'operazione tre poliziotti avrebbero tentato di stuprare una ragazza di 15 anni. La comunità "8 di Agosto", dopo lo sgombero, ha vissuto all'aperto lungo i bordi di una strada e poi è tornata a rioccupare le terre dalle quali era stata allontanata. I membri della comunità, dopo essere stati tre settimane all'addiaccio ai bordi di una strada, sono tornati a rioccupare le terre dalle quali erano stati sgomberati.

Entrambe le comunità vivono in quest'area dal 2007. Ci sono stati sforzi in passato per risolvere la questione della proprietà della terra, ma senza successo. La terra sulla quale la comunità "8 di Agosto" aveva costruito le proprie case è presumibilmente proprietà dello stato, mentre quella della comunità "Bella Flor" è presumibilmente proprietà di un privato. La comunità "Bella Flor" ha richiesto alle autorità il permesso di ritornare alla sua terra per raccogliere il raccolto. I membri della comunità "8 di Agosto" sono di nuovo a rischio di sgombero forzato per la seconda volta dopo il loro ritorno.

Il Guatemala ha ratificato nel 1988 il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e per tanto è sottoposto alla verifica dell'applicazione di questo da parte di un comitato delle Nazioni Unite.
Tale comitato ha stabilito che gli sgomberi vanno fatti rispettando alcune norme tese a garantire i diritti fondamentali degli sfrattati, tra i quali quello ad un alloggio adeguato e all'assistenza legale in caso di controversia con i proprietari terrieri.

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sabato 3 ottobre 2009

GreenPeace, multinazionali spagnole alla conquista del continente americano


Non usa mezzi termini GreenPeace nell'ultima informativa pubblicata: le multinazionali spagnole impegnate in America Latina sono colpevoli di aver depredato l'ambiente. Nonostante l'apparente immagine trasparente che vogliono far credere di avere all'interno dei propri confini nazionali.
Infatti, è proprio fuori dall'Europa, soprattutto in America Latina, che le multinazionali spagnole danno il peggio.
Molti i settori presi in considerazione nelle quasi 110 pagine dell'informativa titolata: Los nuevos conquistadores. Multinacionales españolas en America Latina. Si passa dai danni causati dall'industria petrolifera a quella alberghiera passando per le più che importanti aziende di carbone. E proprio su questo tema si sofferma il rapporto. Secondo quanto dichiarato da GreenPeace, infatti, Union Fenosa e Iberdrola, due importanti aziende iberiche, sarebbero in procinto di ampliare i loro progetti di estrazione di carbone in Guatemala, rischiando di causare danni ambientali difficilmente riparabili.
Ma sono progetti che riguardano solo una determinata area, quella dei paesi cosiddetti poveri del centro e sud america. Sì, perchè nei progetti riguardanti paesi del vecchio continente le stesse aziende mettono in primo piano strategie di relative a fonti di energia rinnovabile.
Pagine fitte di dati e informazioni sulle attività delle multinazionali che stanno mettendo in serio pericolo l'ambiente dell'intero continente americano.
Il portavoce di GreenPeace, Mario Rodriguez, però, tiene a sottolineare che le multinazionali spagnole non hanno progetti più dannosi rispetto a altre di altre nazionalità. E cita due delle maggior multinazionali al mondo del settore petrolifero: Shell e Exxon ritenendo che "le attività di queste aziende non siano differenti da quelle di Repsol".
Un altro settore da tenere in considerazione secondo GreenPeace è quello dell'industria turistica. Chilometri di costa, soprattutto nei paesi dove il turismo è ancora una voce importante del Pil, come il Messico, distrutti e dati in pasto a colate di cemento. Foreste di mangrovie necessarie alla sopravvivenza dell'ambiente rase al suolo. Specie animali che corrono il serio pericolo di estinguersi. E tutto in nome del dio profitto. "Senza nemmeno restituire parte dei proventi alle comunità locali" dice Rodriguez che aggiunge: "Le imprese spagnole hanno distrutto prima le coste spagnole e adesso cercano di portare lo stesso modello anche in questa parte del mondo. E non ci viene nemmeno raccontato cosa stanno facendo lungo la Riviera Maya" zona molto frequentata dal turismo internazionale. Su tutti spicca il clamoroso caso di un hotel costruito nei pressi della famosa località turistica Cancun: il resort è sorto dopo aver completamente distrutto l'habitat della zona che comprendeva una vasta distesa di mangrovie e di animali. Da qui la decisione di GreenPeace di chiedere al governo di Madrid di non difendere le compagnie che hanno compiuto stragi ambientali.
Vane le scuse della compagnia, che ha edificato l'hotel, che da sempre ha sostenuto di aver costruito su un territorio già devastato da cicloni tropicali.
In ogni caso non è stata solo GreenPeace a puntare il dito contro le opere delle grandi multinazionali. Anche l'organizzazione non governativa Paz con Dignidad dopo un accurato studio ha reso noti dati molto interessanti. Pare infatti che le multinazionali spagnole investano solo l'1,2 percento dei loro guadagni in responsabilità sociale a scapito di un aumento dei guadagni che dal 2004 ha raggiunto il 156 percento.
Insomma, sembra che le multinazionali poco si preoccupino dei danni che causano e si comportino nello stesso modo dei conquistadores che misero in ginocchio l'intero continente secoli fa.