mercoledì 23 settembre 2009

La morte differente


di Alessandro Di Battista

Santa Rita - Municipio La Libertad - Peten, Guatemala.

Si stima* che il conflitto armato in Guatemala (1961 - 1996) abbia prodotto 200.000 vittime innocenti. 45.000 è, ancora oggi, il numero delle bare vuote, silenziose, ma urlanti di giustizia. 430 sono i villaggi rasi al suolo e che ora non compaiono più nelle mappe del Paese.
L'esercito e le Pattuglie di autodifesa Civile (PAC) si sono macchiati di oltre 600 massacri, il più delle volte, a danno delle popolazioni indigene. Dovunque vada in Guatemala conosco persone che mi parlano degli anni della guerra e di qualche parente desaparecido. "Mio fratello non aveva nulla a che fare con i guerriglieri, ma sono arrivati gli squadroni e se lo son portato via". "Io sono riuscita a fuggire, ma prima ho visto sparare in testa a mia mamma e a mio papà". "Hanno ucciso mio cugino perché dicevano che aveva troppi polli. Secondo l'esercito li avrebbe regalati ai rivoluzionari".

L'odore della morte, da Hernan Cortez in avanti, si respira quotidianamente nelle terre maya. Sarà per questo, sarà perché si continua a morire di malattie diventate banali nel nord del mondo, o sarà per specifiche ragioni culturali, ma si parla e si affronta la morte in modo completamente differente rispetto a quanto capita di fare a noi. Donna Julia è morta la settimana scorsa, il diabete l'ha portata via abbastanza giovane. Julia è la mamma di Guaio, un mio buon amico che vive a Nuevo Horizonte, la comunità con cui sto lavorando seguendo un progetto di istruzione alternativa.

Ero stato a visitare Donna Julia appena arrivato in Guatemala. Una domenica mattina, stretti in un camion come bestiame mandato al macello, siamo partiti per andare a giocare a calcio a la Libertad. Tornando, ci siamo fermati a Santa Rita e abbiamo fatto visita alla signora malata. Casa sua era un'esplosione di confusione. Ricordo la sua stanza. Lei era distesa su un letto e rifiutava una minestra. Sull'altro letto dodici ragazzini ridevano e strillavano mentre nel salottino una ventina di parenti bevevano caffè. Mi ha stupito quell'atmosfera, a me così estranea. La morte non è mai una festa; in qualunque momento e per qualunque persona arrivi porta con sé dolore e lacrime.

Ciononostante ci sono infiniti modi per affrontarla. De Andrè dice che "quando si muore si muore soli", forse è così, ma forse no. Donna Julia mi è sembrata molto sofferente, ma non mi è sembrata sola, e chissà che le urla e le risate dei nipoti, a volte esagerate, non le abbiano addolcito il trapasso. Mentre la donnina, mangiata dalla malattia, tossiva, e ogni colpo di tosse sembrava avvicinarne la fine, un paio di minuscoli bambini giocavano a biglie sul suo letto sfruttando le sue esili gambe come parte della pista. Cosa pensava Donna Julia? Non lo so. So che se fosse stata mia zia, nessun mio parente mi avrebbe concesso quel gioco. Mi avrebbero rimproverato chiedendomi maggior rispetto e dicendomi che non sapevo cosa fosse la morte. Eppure anche da adulti non lo sappiamo affatto. L'ho chiesto a due bambini di Horizonte. Con la ricchezza della loro semplicità mi hanno spiegato perfettamente cosa essa sia. "Muori, ti mettono in una cassa di legno, poi arriva tanta gente a vederti e i tuoi parenti danno pane dolce e caffè per tutta la notte. Poi ti mettono sotto terra e dopo nove giorni ritornano a casa dove sei morto e mangiano e bevono". Io, dopo averci pensato a lungo, non saprei dare definizione migliore della morte in Guatemala.

Ho partecipato alla veglia funebre di Dona Julia. L'atmosfera era ancora più composita. Dalle 10 di sera alla 4 del mattino sono passati di fronte alla bara uomini ubriachi di birra e rum, bambini con pallone, polli, cani, donne che continuavano a servire caffè. Appena fuori dalla casa i più grandi giocavano con carte francesi a un gioco simile alla scala 40. Al termine della partita c'era chi ringraziava la defunta per la vincita appena consumata. Mi ha sconvolto la naturalezza dello spettacolo. La morte è tragica, ma lo è anche la natura.

Dalle nostre parti non facciamo altro che allontanare dalle menti, a volte con violenza, l'idea che siamo esseri limitati e che, presto o tardi, ci sarà per noi una fine. I mezzi di comunicazione trattano i decessi con un pathos esagerato e a volte fuori luogo che influisce nel farceli percepire avulsi alla nostra realtà. Forse perché pensare alla nostra morte ci permetterebbe di dare un valore più equilibrato alle cose e al senso del possesso. E questo è pericoloso. Perché impiegare la maggior parte del tempo a nostra disposizione nell'accumulazione se tanto siamo destinati a perdere tutto? La morte, funerali esclusi, non è produttiva per il sistema in cui viviamo. Meglio sbatterla fuori dalla porta, "ci penserò quando sarà tempo". Eppure questo meccanismo non fa i nostri interessi. In apparenza ci fa vivere più sereni ma ci trasforma in esseri altamente impreparati all'unica certezza della nostra esistenza. Ed è per questo che la perdita di un caro rappresenta un dolore a volte inaccettabile. C'è chi non trova più la forza per vivere se perde un figlio.

Ciò non avviene in Guatemala. Per questo fermarsi, prendersi il giusto tempo, superare con coraggio quel primo senso di angoscia che proviamo nell'imbatterci nell'ignoto con il pensiero, potrebbe essere un buon esercizio, non tanto per comprendere, ma quantomeno per accettare l'ineluttabile. E allora si che potremo dedicarci a tutto quel pacchetto di scoperte e azioni capaci di esorcizzare una tragedia pendente. In Guatemala sono all'ordine del giorno. Risate, ubriacature moleste, pentole di caffè, sigari da lasciare sulle tombe, antichi riti maya mischiati con Ave Maria durante i quali sacrificare polli ai defunti. La morte in Guatemala fa parte della natura. Per questo una mamma mi ha chiesto di prendere in braccio uno alla volta i suoi cinque figli per fargli vedere, nella bara ancora aperta, Donna Julia morta. La morte in Guatemala è parte della vita. Meglio prenderne atto e provare a ingentilirla. Meglio dipingere il cimitero di colori sgargianti che renderlo un posto ancora più triste di quello che già è per la sua funzione. Meglio la confusione a casa di Donna Julia che il rispetto silenzioso. La straordinaria bellezza del cimitero di Chichicastenango, nella regione del Quichè, è un esempio di tale differente approccio. Un trionfo di colori e architetture che alleviano le sofferenze dei vivi e allietano la permanenza dei morti. Un cimitero che a guardarlo bene, ti fa venire quasi voglia di morire.

venerdì 18 settembre 2009

Guatemala, Nunca mas


Il vento soffia sul lago Atitlàn. Tiepido e profumato mentre la barca scivola sull’acqua azzurra. Fragranza di muschio e raggi di ambra dorata dell’alba. E’ l’aria del Guatemala. Respiro l’atmosfera, ascolto il silenzio, guardo le perle della scia. Stormi di uccelli ammarano a piccoli passi fino a dondolarsi sull’onda.

Il paese dell’eterna primavera sui campi di mais, lungo i fiumi, giù per le cascate. Su nell’altopiano. “Patria dei perfetti mari… più salmastri oggi per i tuoi dolori. Patria delle perfette messi… giubilo del popolo, gente con cui ora nel dolore cresci… Il mio paese”. Afflato di parole e lacrime di Asturias, poeta guatemalteco.

Intorno allo specchio blu del lago, a 1500 metri di quota, sagome altere di vulcani spenti. Il verde intenso delle colline e sulle sponde i colori sgargianti delle gonne di giovani donne. Biancore degli ibis intrecciati agli alberi. Un cormorano si tuffa come un ago e riemerge col suo cibo. Poi galleggia, fiero.

Il mercato di Panajacel prende vita. Basse case, vicoli in pietra, verande fiorite. Scorci d’incanto e profumo di tortillas. Bancarelle ricche di fantasia e immaginazione. Toni su toni. Arcobaleni di colori dal rosso sangue al blu cobalto. Arancio, verde, viola. Frutta, boschi e tramonti. Riflessi del lago dei maya Kaqchiquel e Tz’ utujil.

La strada sale ripida zigzagando sulla montagna che si addolcisce come i sentimenti quieti di un ricordo, di uno sguardo. Di una carezza di vento che sfiora il volto distratto da un pensiero di bimbi che giocano nelle piazze. Tra tele, coperte, pane, dolci e maialini sotto lo sguardo attento di madri indaffarate nel tessere e vendere in un turbine chiassoso e vivace.

Bellezza disarmante di un panorama su ampie vallate. Aria sottile. Netta e chiara definisce i contorni, le curve femmine dei dossi. In alto il cielo si copre di un velo fino a gonfiarsi ed esplodere in pioggia affilata, silenziosa, impercettibile. Poi tutto diventa polvere.

Oltre la montagna, la regione del Quichè. Ultimo rifugio dei guerriglieri. Molti i posti di blocco e affiora un forte senso di disagio. Viaggiatori in terra martoriata da rivolte e repressioni dei campesinos. Dove la violenza è da sempre sovrana. Razzismo e misoginia non ancora sconfitte. Il pensiero va a Rigoberta Menchú e alle sue parole “ il Guatemala dovrà prepararsi a essere governato da una donna indigena”.

Armati fino ai denti, i militari controllano passaporti. C’è chi appoggia una bomba a mano in terra mentre fruga tra i cenci negli zaini. Poi la porge in segno di sfida. Sono giovani , sono le “tigri” del corpo antiguerriglia e sanno tutto sul “calcio italiano”. No gringos, no periodistas. Mi si gela il sangue. Ma sono italiana e conosco i nomi degli “azzurri”. Un lasciapassare valido in tutto il mondo.

La pista scende, poi sale. Si aggrappa, si stringe è irrequieta come i pensieri. Ora liquidi, bagnati da visioni di violenza, quando l’uragano del terrore passava nei villaggi, oltre alle macerie e ai corpi straziati e lasciava dietro di sé un popolo triste. E’ l’angoscia del crepuscolo delle idee.

L’aria è fresca a 2000 metri di quota. Chichicastenango si sveglia. E’ giorno di mercato. Aspetto l’alba sulle scalinate della chiesa di Santo Tomàs. Ho girovagato insonne per le stradine nel silenzio della notte interrotto dal rumore di quei pensieri, dal battito del cuore e dal pianto di qualche bimbo nelle piccole case.

Arrivano i carretti radenti ai muri delle case, in fila, uno dietro l’altro. Sono solo ombre. Cantano i galli col suono di un flauto. Lieve, delicato, angelico. Annuso profumo d’incenso. Il sole sbatte sul grande portone della chiesa e sui gradini si ammucchiano mazzi di gladioli rosa.

Il contorno delle cose si colora di fucsia, nero, giallo. Dovunque, nelle gonne, nelle giubbe. Sulle fusciacche che reggono i bambini sulla schiena delle madri. Occhi assonnati, visetti tondi, capelli di pulcini nerissimi, labbra imbronciate sbucano da quella tela che li unisce alla vita.

Suoni di tamburi, chitarre e marimbe. Intanto la piazza si riempie di maschere di madera intagliate a mano, frutta, verdura. Stoffe, montagne di gomitoli di lana colorata e centinaia di candele. Ti accorgi che qualcosa non va, stona. Non fa parte di quel dipinto. Non rientra nella cerimonia.

Capelli biondi. Arruffati. Che turbano le nere e lucide trecce. Pelle bianca, “Lacoste”, pantaloncini corti, scarpe da tennis.
Eccoli. Sono i turisti, puliti in fila serrata e li distingui dai viaggiatori, solitari coi sandali del Quichè e i pantaloni del Nepal. Scena dentro la scena. Quadro dentro il quadro. Matrioska di gente, rumori, suoni e colori. Volti su volti. Maschere.

La cera delle candele si scioglie sul pavimento della chiesa affollata. Voti. Suppliche per la semina, per la figlia malata. «Señor San Augustin, Señor San Esteban, Señor Santo Tomás… ayuda nosotros siempre…». Dolce babele di suoni, di note, di grida quasi strozzate. Volti umili segnati dal vento e dal sole. Fierezza antica. Si prega, si canta, si balla tra i fumi d’incenso. Fuori in processione, la Madonna mentre si contratta per una panca colorata. Si parla del tempo in dialetti diversi. Uno dentro l’altro. Vivaci e ciarlieri gli Indios discendenti dagli antichi Maya.

Oggi non si pensa ai morti assassinati lasciati ai bordi delle strade. Ai campesinos torturati. Alle croci innalzate lungo la strada protette dal verde quasi fosse un cimitero di campagna mitigando la crudeltà del loro messaggio. E’ giorno di festa. Domani qualche poeta canterà di vita e di morte. E ognuno porterà la sua maschera nel silenzio assassino.

martedì 15 settembre 2009

Carestia in Guatemala, morti 25 bambini: 54mila famiglie alla fame estrema


In un messaggio diffuso alla nazione per radio e televisione, il presidente Alvaro Colom ha dichiarato lo “stato di calamità pubblica” per l’intero territorio nazionale per affrontare la crisi alimentare provocata da un prolungato periodo di siccità che ha già provocato un numero imprecisato di vittime nel cosiddetto ‘corredor seco’, nella fascia orientale del paese. “Le conseguenze della crisi - riferisce l'agenzia Misna - non colpiranno solo i sette dipartimenti del ‘corredor seco’ ma tutto lo Stato. Questa decisione ci consentirà di avere accesso alle risorse della cooperazione internazionale e di mobilitarne quelle del bilancio nazionale con più agilità” ha detto il presidente rivolgendo un appello “a tutti i settori della vita nazionale affinché contribuiscano ad affrontare questo grave problema e le sue diverse manifestazioni”. Se fino a ieri le vittime accertate per fame risultavano 25, un ‘monitoraggio’ condotto dal ministero della Sanità tra gennaio e luglio pubblicato dalla stampa locale porta oggi il bilancio a 462, tra cui 54 bambini; almeno 54.000 sono le persone in qualche modo colpite e 400.000 potrebbero entro la fine dell’anno subire la stessa sorte, secondo proiezioni ufficiali che hanno portato Colom a parlare di una “tragedia di dimensione storica”. Secondo un recente studio della segreteria per la sicurezza alimentare negli ultimi tre mesi il numero dei comuni a rischio è aumentato del 113% (passando da 1901 a 4059) principalmente a causa della siccità che ha devastato fino al 90% dei raccolti di mais e fagioli, elementi centrali della dieta dei guatemaltechi, in sette dipartimenti tra i più poveri del paese; si calcola che praticamente tutti i guatemaltechi sotto la soglia di povertà – il 50% dei 13,3 milioni di abitanti, prevalentemente indigeni – siano a rischio di insicurezza alimentare. Il Programma Alimentare Mondiale dell’Onu ha cominciato la distribuzione di 20 tonnellate di gallette ad alto valore nutritivo in 164 comunità. (R.P.)

Giustizia

Ogni giorno risulta più chiaro in tutto il mondo che il problema della giustizia non è della giustizia, ma dei giudici. La giustizia è nelle leggi, nei codici, dovrebbe essere quindi facile applicarla. Basterebbe saper leggere, capire quello che c’è scritto, ascoltare in maniera distaccata le arringhe dell’accusa e dell’accusato, i testimoni, se ce ne dovessero essere, e alla fine, con coscienza, giudicare. La corruzione ha mille facce e la peggiore è forse, in qualsiasi caso, la natura della relazione tra chi giudica e chi viene giudicato. Un caso tipico di perversione giudiziaria è accaduto recentemente in Guatemala dove l’editore Raúl Figueroa Sarti della casa F&G Editori è stato condannato a un anno di prigione commutabili con 25 quetzal al giorno e al pagamento di una multa di cinquanta mila quetzal, più le spese processuali. Quale crimine ha commesso Raúl Figueroa? Ha pubblicato, su richiesta, e con l’approvazione del rispettivo autore, Mardo Arturo Escobar, una fotografia che è stata poi inserita in un libro della F&G. Di questo libro sono state consegnati all’attuale accusatore alcuni esemplari. Ai giudici non è importato nulla che lo stesso Mardo Escobar avesse riconosciuto di aver consegnato volontariamente la fotografia a Raúl Figueroa, a cui ha dato l’autorizzazione verbale per utilizzarla in una pubblicazione. Quello che gli è importato, invece, è che l’accusatore fosse un suo collega: Mardo Arturo Escobar lavora al Quarto Giudizio della Sentenza Penale, è, quindi, compagno di lavoro di giudici, ufficiali e magistrati…
Ma questo caso non è un semplice episodio di bassa corruzione. La persecuzione di cui, da due anni, è stata oggetto la F&G Editori, si inquadra in una situazione repressiva che si sta vivendo in Guatemala, dove il potere ufficiale ha cominciato a perseguire e tentare di zittire le voci discordanti, queste che, senza desistere, continuano a denunciare le violazioni dei Diritti Umani nel paese. Da quello che si è visto, sembra corretto il vecchio gioco di parole tra Guatemala e Guatepeggio. Dai cittadini guatemaltechi ci si aspetta che l’innocente gioco non si trasformi in realtà.

sabato 13 giugno 2009

Guatemala: Impunità, corruzione e mafia

Lo Stato Guatemalteco si basa sul funzionamento e la diffusione del modello neoliberale,sull'impunità, la corruzione e le mafie. Dichiarazione delle Organizzazioni indigene e campesine. " La reazione governativa e dei partiti di opposizione di destra, generate dall'assassinio dell'avvocato Rosemberg, stanno deviando l'attenzione dalla problematica fondamentale: l'esistenza di uno Stato marcio e pervaso da impunità, corruzione e mafie, oltre che da impoverimento, perdita di impieghi, militarizzazione, e segnato dalla cattura di 4 leader sociali di San Juan Sacatepéquez e di Ramiro Choc, trasformati in prigionieri politici dell'attuale regime; la repressione e gli stati d'eccezione contro le richieste popolari, ed ora la crisi della sanità, per menzionare alcuni dei più urgenti problemi. La crisi che attraversiamo è frutto della diffusione e del radicoamento del modello neoliberale che tanto gli anteriori come questo governo hanno spinto".

In Guatemala esistono una serie di fatti che mettono allo scoperto gli interessi particolari e di gruppo, che riguardano funzionari dei cosiddetti poteri esecutivo, legislativo e giudiziario, impresari e narcotrafficanti o membri del crimine organizzato. Nella pratica non c'è istituzione statale che non sia penetrata da questi oscuri interessi.

I membri dei Popoli Indigeni, le organizzazioni contadine e sociali, sotto firmatari consideriamo che la situazione che attualmente si vive è frutto di una disputa tra gruppi dominanti, ognuno dei quali cerca di mobilitare le cittadine ed i cittadini in suo appoggio senza informare con responsabilità e trasparenza, e contemporaneamente occultando la natura dell'attuale crisi economica, politica, sociale. La situazione che ora si vive mette in evidenza diversi interessi e manipolazioni dei gruppi di potere, sia fuori che dentro il governo, che vogliono capitalizzare la situazione per proprio beneficio, presentandola come una domanda di ampi settori della popolazione e generando instabilità politica.

Funzionari ed impresari corrotti, membri delle mafie agiscono violando la legge, ed i responsabili di legiferare, prendere provvedimenti esecutivi o applicare la legge ignorano questi fatti o agiscono con esagerata lentezza, poiché non esiste la volontà per affrontare di petto il cancro dell'impunità e della corruzione che consuma il Guatemala; nel frattempo quando il popolo, in difesa delle sue richieste legittime, si organizza per esigere il rispetto dei suoi diritti, è schiacciato brutalmente dal peso della repressione. Basta ricordare, per esempio, l'intromissione di 2000 poliziotti e soldati, l'anno scorso, per catturare 25 leader comunitari di San Juan Sacatepéquez, il cui delitto consiste nel difendere il loro territorio.

Il problema di fondo è che il crimine organizzato, la disputa dei fondi del bilancio nazionale, come l'adesione alle misure neoliberali e di consegna delle risorse naturali alle multinazionali, si muovono a piede libero sulle fondamenta della corruzione, delle dispute mafiose e dell'impunità. Questa situazione è frutto della considerazione che i gruppi di potere hanno delle istituzioni dello Stato, viste come un bottino da accaparrarsi; in questo contesto non è strano che si verifichino una serie di fatti criminali e che, quando si vogliono prendere provvedimenti come la legge di accesso all'informazione o la legge sulla trasparenza dell'elezione dei magistrati, i partiti politici e gli organismi dello Stato manifestino l'accordo, ma nella pratica blocchino le misure che portano ad un maggiore controllo e partecipazione da parte della cittadinanza.

Richiamiamo i Popoli Indigeni, le organizzazioni popolari e sociali ad esercitare insistenti pressioni perché abbiano fine l'impunità e la corruzione, poiché sono queste a permettere alle mafie di agire a proprio piacimento. Una di queste misure deve essere la trasformazione radicale degli organi giudiziari e del Pubblico Ministero, che si sono convertiti in strumenti d'impunità e di violazione dei diritti invece di proteggere la legge.

Per l'ennesima volta, noi popoli ed organizzazioni indigene e contadine riaffermiamo la necessità della completa rifondazione dello Stato attuale, e chiediamo di lasciare spazio alla costruzione collettiva di un Stato Plurinazionale, con pieno rispetto della cosmovisione e del territorio dei Popoli Indigeni, basati sul Buen Vivir, unica alternativa per uscire dalla crisi attuale ed unica risposta di fronte alla depredazione delle ricchezze di Madre Natura, da parte delle imprese nazionali e straniere.

Appoggiamo le azioni della Commissione Internazionale Contro l'Impunità in Guatemala-CICIG; i fatti recenti hanno dimostrato abbondantemente la necessità dell'esistenza di questa commissione; per questo sollecitiamo alla comunità internazionale il suo totale appoggio, affinché si evidenzino e sradichino i corpi illegali e gli apparati clandestini che mantengono il Guatemala nella corruzione, nell'impunità e nell'inquietudine.

Chiediamo a tutte le istituzioni dello Stato di rendere trasparenti i propri atti, compiendo così all'obbligo di trasmettere e diffondere l'informazione alla società guatemalteca; egualmente incoraggiamo le cittadine ed i cittadini a promuovere o ad esigere la messa in funzione dei meccanismi per avere una maggiore partecipazione ed un maggior controllo sulle istituzioni governative.

venerdì 5 giugno 2009

Gli archeologi: forse fu l'esaurimento di risorse a causare la decadenza dell'impero


Potrebbe essere stato l'esaurimento delle risorse naturali, e non la comparsa di malattie e guerre, la principale causa del collasso della civiltà Maya. Lo sostiene uno studio guidato da David Lentz, un paleoetnobotanico dall'universita' di Cincinnati e pubblicato sulla rivista Journal of Archaeological Science. Lo scienziato ha studiato i resti di travi e architravi in legno presenti in sei templi Maya a Tikal in Guatemala e ha scoperto che i costruttori dei templi cambiarono tipo di legno poche decadi prima che i Maya abbandonassero la citta', nel nono secolo dopo Cristo. Da un legno piu' duro e adatto a costruire travi e a essere scolpito, come quello proveniente dall'albero della sapodilla usato per i templi costruiti prima del 741 dopo Cristo, i Maya passarono al legno dell'albero chiamato campeggio, Haematoxylum campechianum, una pianta della famiglia delle leguminose piu' piccola della prima, che produce legno nodoso e poco adatto all'uso che ne e' stato fatto. Un legno 'di qualita' nettamente inferiore' ha osservato Lentz, secondo cui questa sostituzione e' la principale prova di un esaurimento delle risorse naturali che potrebbe essere anche la causa del declino dei Maya. Del resto anche altri popoli sono scomparsi per la stessa ragione, come gli antichi abitanti dell'isola di Pasqua autori dei moai, le grandi sculture in pietra che caratterizzano l'isola. Precedenti studi sui pollini avevano suggerito che la deforestazione e l'erosione del suolo subirono un incremento poco prima del collasso della civilta' Maya. Ma, spiega lo studioso, il legname da costruzione dei templi di Tikal mostra per la prima volta come il sovra-sfruttamento delle risorse abbia inciso sulla civilta' Maya.

LA CIVILTA' DEI MAYA

I Maya, una civilta' ancora oggi avvolta nel fascino e nel mistero. La civilta' Maya ha origini antichissime: i primi insediamenti si possono attribuire al 1500 a.C., ma e' solo nel 300 a.C. che le prime vere e proprie città si cominceranno a sviluppare. L'impero Maya era localizzato negli attuali territori del Veracruz, Yucatan, Campeche, Tabasco e Chiapas in Messico;

nel Guatemala e nell'Honduras.

Il periodo classico, compreso tra il 300 a.C. e il 900 d.C., è caratterizzato dalla diffusione in tutti i territori Maya di una cultura pressochè uniforme. In questo periodo la storia Maya presenta il suo sviluppo piu' massiccio nell'organizzazione culturale, politica, tecnologica, culminando in uno scenario dove ogni citta' era un piccolo stato che aveva contatti con le medesime solo per scambi commerciali. Intorno al 900 d.C., questi centri vennero misteriosamente abbandonati (le ipotesi spaziano da carestie ad eventi naturali). Parte della popolazione si spostò nello Yucatan e qui ebbe il suo centro la civilta' Maya del periodo seguente.
L'apice del popolo Maya fu intorno al 1000 d.C., ma problemi interni e guerre fra le varie citta' ne provocarono la decadenza. L'agricoltura era alla base dell'economia Maya; il mais ne era il prodotto principale, seguito da cotone, fagioli, cacao e zucche. Una caratteristica di questo popolo, che ne caratterizza l'elevato grado di conoscenze tecniche, e' rappresentato dalla vasta rete idrica. Questa era costituita da piccolissimi canali che convogliavano in grandi cisterne adibite alla raccolta dell'acqua per l'uso quotidiano e per l'irrigazione dei campi.
Le tecniche di tessitura del cotone e di produzione della ceramica erano avanzate. Come unita' di scambio venivano utilizzati campanelli di rame e chicchi di caffe'; il rame inoltre era lavorato insieme a oro, argento, conchiglie e piume colorate, per produrre ornamenti. Il re rappresentava il fulcro della vita delle citta'-stato, ed in questo compito era assistito da capi locali che distribuivano le terre alle famiglie dei villaggi. Ma con il tempo il re, l'unica entita' in grado di tenere unita tutta la popolazione, perse di credibilita'. La popolazione lentamente abbandono' i grandi centri urbani e tutte le attivita' commerciali persero la loro importanza. Le rovine di numerosi centri costruiti per le cerimonie religiose mostrano l'abilita' dei Maya nel campo dell'architettura.

Questi centri comprendevano di solito vari basamenti piramidali, spesso sormontati da templi o altri edifici. Le piramidi, generalmente di terra e pietrisco, erano rivestite da blocchi di pietra e vi si accedeva tramite ripide scale, poste su uno o piu' lati. Le abitazioni comuni erano probabilmente simili alle capanne in mattoni e frasche in cui abitano ancora oggi i discendenti dei Maya. I Maya elaborarono un metodo di scrittura geroglifica e registrarono la storia, la mitologia e i riti, in iscrizioni scolpite e dipinte su lastre di pietra o colonne, architravi, scalinate o altri monumenti. Venivano inoltre scritti libri di carta ripiegata ottenuta dalle fibre di agave, contenenti informazioni di agricoltura, clima, medicina, caccia e astronomia.
E' assai noto il CALENDARIO MAYA, molto complesso ed il piu' accurato fra quelli conosciuti prima del calendario gregoriano.L'anno iniziava il 16 luglio, quando il sole attraversava lo zenit, durava 365 giorni ed era suddiviso in 28 settimane di 13 giorni ciascuna. I Maya, essendo politeisti, veneravano un gran numero di divinita' della natura. Benche' i Maya fossero un popolo pacifico per quel che riguarda i rapporti con le altre popolazioni, erano comuni i sacrifici umani e i riti sanguinolenti che si facevano in onore del Serpente Piumato, considerato il PROGENITORE DELLA STIRPE. Secondo le credenze Maya infatti, solo con il dolore ed il sacrificio si potevano espiare i peccati commessi.Tutta la citta' partecipava attivamente ai riti sacrificali; anche il re era oggetto di riti propiziatori attraverso salassi di sangue. Si procurava volontariamente delle ferite, si raccoglieva il sangue e lo si bruciava in nome degli dei. La definitiva crisi, che decreto' il declino irreversibile dei Maya, e' da ricercare in vari fattori come il ripresentarsi di catastrofi naturali, pestilenze, uragani e di conseguenza raccolti andati perduti, che portano carestie e continue guerre con le citta' o popoli confinanti.

A questo punto i Maya furono lentamente assoggettati dagli Aztechi. Gli spagnoli, giunti nel XVI secolo, rovesciarono con facilita' i gruppi Maya, indeboliti dalle guerre interne e colpiti da devastanti epidemie di cui erano portatori gli stessi conquistadores. Gli spagnoli introdussero nei nuovi territori i principi del diritto romano, dell'amministrazione e della giustizia, sviluppando un sistema coloniale estremamente burocratico e imponendo agli indigeni la lingua, la cultura e le istituzioni spagnole. La Chiesa cattolica convertì al cattolicesimo le popolazioni locali. Durante il periodo della colonizzazione si distrusse completamente l'identità di questo popolo: ebbe inizio lo sfruttamento massiccio delle risorse e la continua soppressione della popolazione originaria. Gli indigeni durante tutti i secoli della colonizzazione, non contenti di vivere sfruttati e maltrattati, cercarono continuamente di ribellarsi, ma ogni tentativo risultò inutile.